Per chi è impegnato nel lavoro interiore, poter aprire un varco d’accesso alla comunicazione con la propria essenza o originalità, significa connettere con la propria dimensione infantile e creativa. Significa quindi connettere con la propria dimensione emozionale, la quale, creando immagini e simboli, plasma e dà vita a ciò che prima era passivo, inerte e informe.
L’arte ci permette di mettere un ordine e un equilibrio in aspetti di noi disfunzionali, caotici, fantasmagorici. Attraverso la mediazione dell’io, gli elementi si riordinano e assumono un senso. Poter dare un senso alla nostra storia e collocarne cause e sviluppi, permette all’io di prendere consapevolezza di sé. L’arte ci permette ancora di uscire dalla cornice rigida della nostra vita per esplorare emozioni e ricordi antichi, trasformando silenzi e dolori in colori, parole, musiche, versi e plasticità che danno un senso a ciò che di noi non comprendiamo.
Un’altra forma d’espressione, spesso utilizzata nelle scuole dove si persegue l’autoconoscenza, è la recitazione. La possibilità di rompere i nostri ruoli convenzionali permette di calarsi in personaggi che esprimono emozioni che normalmente non ci permettiamo, atteggiamenti che critichiamo negli altri, aspetti disinibiti contrari alla morale comune. Poterci nascondere dietro la maschera dell’attore è una buona scusa per sperimentare emozioni ed energie che solitamente inibiamo, piangere o urlare ad esempio; ma anche interpretare ruoli che ci permettono un cambio repentino di punto di vista: la guardia, il giudice, il marito o la moglie, il figlio, l’insegnante, l’amante o il cameriere, la vittima o il carnefice. La nostra personalità si amplia in una gamma di sfumature, comprensioni e atteggiamenti fino a prima inaccessibili alla coscienza e, quindi, inesprimibili.

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