Da tale speciale forma di riflessione risulta la possibilità di divenire creatori del proprio mondo interno. Jung, mentre annotava i risultati della sua immaginazione attiva, così scriveva: «Che cosa sto facendo, certamente non è scienza, cos’è?». Al che, una voce interna gli rispose: «È arte». Jung avvertì che una sua parte interna stava cercando di pervenire a espressione, e sentì con certezza che era una donna. Ma le resisteva… rispondendole che, secondo lui, arte non era. Riprese così a scrivere ma, poco dopo, di nuovo giunse, con fermezza, quella voce femminile: «Questa è arte».[1]
Lo scrivere i risultati di un’immaginazione attiva è anch’esso arte, e prevede il trasferimento di un contenuto prelogico a una dimensione coscienziale. Ma l’immagine può e dovrebbe essere anche disegnata, colorata, portata in vita. «Le nostre immagini sono composizioni artistiche in senso proprio, e perciò estremamente espressive»[2]. Esse comunicano all’io il contenuto emotivo che è urgente ascoltare, divenendo strumenti terapeutici. «L’effetto terapeutico si fonda essenzialmente sul fatto che si induce la coscienza a collaborare con l’inconscio, in modo da integrarlo con essa. Così viene gradualmente eliminata la dissociazione nevrotica (tra i due)»[3].
[1] Jung, Psicologia analitica. Appunti dal seminario del 1925, pp. 84-85. Magi Roma, 2003.
[2] Jung, Prefazione a R. J. van Helsdingen Immagini dall’inconscio (1954), pp. 235-36.
[3] Ibid. Parentesi dell’autore.