Nel qui e ora dell’atto creativo c’è un’intima connessione con la parte vera e originale di sé, che è capace di un nuovo parto che costantemente si rinnova, in contatto con quel grembo dal quale emerge ogni forma di vita.

Nell’immaginario collettivo, parlare d’arte evoca la dimensione dell’Opera, un’espressione di talento alto e riconosciuto, seppure in alcuni casi possa trattarsi di una valutazione condizionata dalla cultura dominante. Ci vengono però in mente le opere d’arte dei grandi maestri, quelle che siamo abituati ad ammirare nei musei e il cui fascino resiste col passar dei secoli, oppure in chiari e unanimi esempi di equilibrio e armonia. In questi casi l’artista è probabilmente in contatto con una dimensione di bellezza che plasma attraverso le sue capacità peculiari. Qui s’incontrano il folle e fertile caos della dimensione creativa, e il rigore dello studio applicato.
Il nostro tentativo è quello di sganciare il termine “arte” dalla perfezione delle alte vette, per tradurlo con “espressione di sé”, senz’altro meno perfetta, ma altrettanto aurea. Ovviamente, senza la pretesa di essere esaustivi, muovendoci in un campo infinito come quello della creatività. Si tratta di uscire dai nostri schemi mentali e comportamentali che ingabbiano l’espressione di noi stessi ai pochi e limitati modi d’essere che ci permettiamo.

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