Quando un terapeuta, ad esempio, chiede di produrre un disegno, magari l’immagine di un sogno, oppure di un’emozione vissuta, oppure di scrivere una poesia per trasmettere sentimenti altrimenti inesprimibili, le difese più comuni sono: «Ma io non so disegnare!», «A scuola ero negato…», «No, non sono un poeta!» o un laconico «Non sono capace…». Se guardassimo ciò che queste persone sono poi in grado di fare, una volta superate le barriere del giudizio, rimarremmo spesso stupefatti dalla potenza espressiva delle loro produzioni. A volte bellissime, ci aprono le porte sulla visione di un mondo di energia potente: l’inconscio, la cui espressione in quei momenti non è intralciata da limiti concettuali e pregiudizi. 
Quando si chiede a qualcuno se pratichi una forma di espressione artistica, le risposte possono essere simili: «Sì, suono la chitarra, ma da dilettante.», «Mi piace danzare, ma mi vergogno, non sono brava!», ecc. Con chi o con cosa ci stiamo confrontando? Da quale sguardo conformista e giudicante ci stiamo nascondendo? Dovremmo riflettere sul fatto che ogni qualvolta un’attività ci permette di esprimere noi stessi, stiamo creando qualcosa di unico. Sempre ne emerge una forma nuova, una nuova espressione, una verità, perché ciò che produciamo è originalmente nostro. Può accadere anche, semplicemente, quando ci lasciamo guidare da un’intuizione in cucina e il nostro piatto diventa “un’opera d’arte”. Ma ciò è anche vero ogni qualvolta cerchiamo una nuova strada per compiere una procedura, per comunicare con l’altro, per raggiungere un obiettivo; ogni qualvolta ci differenziamo dal conosciuto e dal normalmente inquadrato per esplorare nuove strade. 

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