Qualcuno che non vediamo, che nemmeno possiamo immaginare, o meglio, che come bambini immaginiamo spesso somigliare a un genitore, o talvolta magari con l’aspetto di un supereroe. Un dio onnipotente che quando somiglia davvero alla mamma e al papà che abbiamo avuto, possono iniziare i guai. Perché riproduciamo con lui le stesse vecchie dinamiche intercorse con loro, e davvero diventiamo come piccoli impauriti e bisognosi che balbettano frasi di circostanza sperando di veder soddisfatte le proprie richieste. 
Oppure parlare con quel Dio che possiamo, sì, sempre chiamare Padre e Madre – di cui siamo figli in quanto portatori della loro scintilla di luce – ma che non sappiamo chi sia, che non conosciamo personalmente, cui non possiamo dare forma e ciò può risultare imbarazzante: ci sentiamo strani, sembra folle rivolgersi all’ineffabile, all’astratto. Eppure in qualche modo, se proviamo a ricordare bene, lo possiamo conoscere come qualcosa di concreto: come un’energia molto vicina, come se abitasse in noi. Lo sentiamo come una forza che ci sorprende quando abbiamo fiducia in quello che facciamo e che siamo. Quando stupefatti ascoltiamo arrivare un’idea che mai avremmo sospettato di avere. Quando non abbiamo paura di essere noi stessi e quando ci inteneriamo di fronte ai difetti. Quando ci innamoriamo del vento, di un fiore.

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