Ci sono altri momenti, invece, in cui ognuno di noi sente il bisogno, o il desiderio, di parlare con se stesso e di farlo consapevolmente ascoltando e riconoscendo le varie voci che hanno urgenza di esprimersi. Cambia l’atteggiamento perché non avviene per caso, ma per volontà. Chiedendo loro di farsi conoscere meglio, offrendo loro la propria attenzione e cercando di sospendere qualsiasi giudizio affrettato. Così la chiacchiera compulsiva diventa comunicazione. Vogliamo stare accanto alla nostra complessità. Vogliamo entrare in confidenza e sincerità. Inizia una danza e, restando nella metafora, immaginiamo un tango in cui i ballerini intrattengono un dialogo che si accorda sullo stesso ritmo e si ascoltano, si abbracciano, si accompagnano mescolando il proprio desiderio. E con la stessa attitudine si rivolgono all’infinito che li abita.
E a questo punto chiediamoci: come parliamo con il divino? Malgrado le buone intenzioni può accadere - nello stesso modo meccanico che già abbiamo visto - di rivolgersi a un’entità trascendente, diciamo Super Partes, cui chiedere consiglio, protezione, aiuto, benedizione. Proprio come faremmo se fossimo bambini che si rivolgono a un adulto cui chiedono di prendersi cura di loro.

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