Parlare tra sé e sé. Parlare con quello che si crede di essere, ma che può diventare un altro, un altro, e poi un altro ancora. E di questo non ci si accorge: si può solo ammettere che ieri si pensava una cosa, ma oggi l’esatto contrario e ne veniamo un po’ disturbati, se non addirittura sconvolti. 
Ancora un dialogo tra sordi in cui una comunicazione tra istanze diverse in se stessi pare impossibile, perché non c’è ascolto. Perché crediamo di conoscerci, supponiamo, non vediamo cosa si muove nel profondo, magari nemmeno ci interessa e ci comportiamo esattamente come facciamo con gli altri.  
Perché non c’è attenzione, perché non siamo lì nel mezzo della conversazione, ma invischiati ora nell’una, ora nell’altra parte, mentre invece sarebbe meglio ascoltarci per permettere alle nostre parti di comunicare tra loro. Così sarebbe possibile un’integrazione, poiché l’intenzione di un dialogo costruttivo dovrebbe essere la tensione verso l’unità. Perché comunicare è un po’ come pregare. 

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