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Comunicare è un po’ come pregare: assumere una postura rilassata, portare l’attenzione dentro e fuori, esprimere ciò che si sente e – soprattutto – ascoltare. Un po’ come danzare.
Forse tutto questo ha a che fare con la relazione che abbiamo con noi stessi: come parliamo a noi stessi? Qui le cose si complicano un po’, perché non abbiamo un interlocutore in carne e ossa davanti a noi, ma comunque qualcuno di cui crediamo avere un’immagine precisa, giusta o sbagliata che sia, fatta delle nostre caratteristiche, di pensieri, sensazioni, emozioni e della nostra storia.
Però ancora tutto avviene quasi sempre in modo automatico: come quando capita di ritrovarsi intrappolati senza saperlo in pensieri ossessivi e involontari, infarciti di supposizioni, pronostici, chiacchiere contraddittorie come se in noi parlassero tra loro personaggi diversi. Può accadere in quei dialoghi interni, spesso polemici, fatti prima di prendere una decisione; oppure nei commenti alle immagini, sulla moviola della memoria, riguardanti il vissuto di una situazione imbarazzante. Molte sono le occasioni in cui avvengono tali conversazioni intime, del tutto meccaniche, e altrettante le modalità che la mente adotta per giudicare, selezionare, censurare, giustificare, persino negare.