Adriana, molti mesi dopo la nostra prima conversazione, mi disse una cosa che mi parve rivelatrice: «Ho scoperto che non ho bisogno di avere tutte le risposte. Posso vivere nella domanda». Ha lasciato il suo lavoro in azienda per dedicarsi a ciò che aveva sempre rimandato: la fotografia. Non sapeva se avrebbe avuto successo, non sapeva se fosse "la decisione giusta", non sapeva come sarebbe finita la storia. Ma per la prima volta da anni, si sentiva viva nell'incertezza. Il vuoto non era scomparso del tutto, ma non ne aveva più paura. 
L'impermanenza, quando smettiamo di respingerla, ci insegna forse la lezione più importante: che noi stessi siamo processo, non prodotto finito. Che ogni crisi è un invito a lasciare andare una versione obsoleta di chi credevamo di essere. Che il senso non è qualcosa che si trova una volta per tutte, ma qualcosa che si crea e si ricrea continuamente nell'atto stesso di vivere. E che accompagnarci in questo viaggio, con gentilezza, con pazienza, con compassione per la nostra stessa fragilità, è forse l'atto più rivoluzionario in una cultura che ci esige sempre interi, sempre risolti, sempre in avanti. Il brutto anatroccolo che guarda il suo riflesso nell'acqua e non riconosce il cigno che è diventato ha bisogno di tempo, ha bisogno di testimoni, ha bisogno semplicemente di stare con la propria estraneità, finché l'estraneo non si rivela come la cosa più intimamente propria.
 

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