Ciò che trasforma questa esperienza in un trauma esistenziale o in una soglia di trasformazione non è l'impermanenza in sé, ma la nostra relazione con essa e, soprattutto, la presenza o assenza di un sostegno in quel momento di disorientamento. Adriana era cresciuta in una famiglia in cui le emozioni difficili erano considerate debolezze inammissibili. Suo padre, un uomo di successo e distante, aveva costruito un impero imprenditoriale sulla premessa che "i forti non dubitano". Sua madre, intrappolata in una depressione silenziosa che non fu mai nominata, aveva insegnato ai figli che la sofferenza va nascosta come si nasconde una macchia sul tappeto. Così, quando Adriana cominciò a sperimentare quel vuoto innominabile, non si scontrava solo con l'impermanenza della propria esistenza, ma anche con il peso di un'eredità emotiva che le impediva semplicemente di stare con il suo smarrimento. «Mi sento in colpa per sentirmi male», mi disse, e in quella frase era condensata un'intera cultura della negazione.
Gli studi sulla resilienza ci hanno mostrato che la capacità di attraversare crisi esistenziali senza spezzarsi dipende in larga misura da ciò che gli etologi chiamano "base sicura". Un bambino che ha sperimentato legami primari stabili sviluppa ciò che John Bowlby descrisse come un modello interno di fiducia: la certezza implicita, incisa nel sistema nervoso prima ancora che esistano parole per nominarla, che il mondo può essere navigato anche nella tempesta. Ma Adriana non aveva avuto quella base. La sua infanzia era stata un esercizio di sopravvivenza emotiva, un apprendistato precoce secondo cui stare bene significava apparire a posto. E ora, nel mezzo della sua vita, quando l'impermanenza bussava insistentemente alla sua porta, non aveva gli strumenti interni per, semplicemente, accompagnarsi nello smarrimento. Si esigeva risposte, chiarezza, un piano d'azione. Qualsiasi cosa, tranne la semplice verità: che non sapeva cosa le stesse accadendo.
 

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