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L'impermanenza, quando viene accettata invece che respinta, diventa un'alleata. Se nulla permane, allora nemmeno questo dolore durerà per sempre. Se tutto scorre, allora questo momento di confusione è solo questo: un momento, non una condanna perpetua. I buddisti (e gli gnostici cristiani) insegnano da millenni questa verità, ma la scienza contemporanea la conferma da un'altra angolazione. Gli stati emotivi, per intensi che siano, hanno una durata limitata se non li alimentiamo con la ruminazione mentale. Uno studio di Jill Bolte Taylor, neuro-anatomista sopravvissuta a un ictus, suggerisce che la risposta emotiva pura, prima che la mente la elabori in una narrativa, dura circa novanta secondi. Tutto il resto è storia che ci raccontiamo, loop mentale, resistenza. Se potessimo semplicemente stare con l'emozione per quei novanta secondi, senza giudicarla, senza costruirci un dramma attorno, l'energia si muoverebbe e si trasformerebbe naturalmente.
Ma accompagnarsi non significa farlo in una solitudine assoluta. Qui appare un altro paradosso fertile: la via verso sé stessi richiede, paradossalmente, degli altri. Abbiamo bisogno di testimoni compassionevoli del nostro smarrimento, persone che possano stare con noi nel vuoto senza tentare di riempirlo con consigli, senza sminuire la nostra esperienza con frasi fatte, senza spaventarsi per la nostra oscurità. Adriana trovò questo sostegno in un gruppo di donne che si riuniva settimanalmente senza un'agenda specifica, solo per condividere le proprie vite senza maschere. All'inizio le costò mostrarsi vulnerabile. Tutta la sua formazione familiare le urlava che esporre la confusione significava esporsi al giudizio, al rifiuto. Ma quando finalmente ebbe il coraggio di dire «sono perduta e non so cosa fare», accadde l'inaspettato: invece del rifiuto, trovò riconoscimento. Altre donne annuirono, condivisero le proprie perdite di senso, crearono un campo di risonanza in cui lo smarrimento poteva essere sostenuto collettivamente.