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L’instabilità e la caducità sono aspetti che caratterizzano la nostra vita, forse i più difficili da integrare nel tessuto quotidiano delle nostre esperienze. L’eco della paura attiva la ricerca di schemi stabili e sicurezze che impediscono la crescita e la trasformazione.
Ho conosciuto Adriana in un momento in cui la sua vita sembrava essersi fermata di colpo. Aveva quarantadue anni, due figli adolescenti, un marito che la amava "a modo suo" e una carriera professionale che aveva costruito con dedizione meticolosa per vent'anni. La vidi sedersi di fronte a me con quella postura peculiare di chi non sa più sostenere il proprio corpo, le spalle leggermente incurvate, le mani intrecciate con una forza che tradisce la fragilità che tentava di nascondere. «Non so cosa mi succeda», cominciò a dire, «ho tutto quello che in teoria dovrebbe rendermi felice, ma quando apro gli occhi la mattina, la prima cosa che sento è un vuoto che non so nominare. Come se tutto ciò che ho costruito fosse una casa abitata da un'altra persona».
La sua voce si incrinava non per la tristezza, ma per la perplessità. Aveva scoperto l'impermanenza non come un concetto filosofico, ma come un'esperienza viscerale: tutto ciò che credeva solido si era rivelato come un'impalcatura fragile costruita sulla sabbia mobile.
L'impermanenza è forse la verità più antica e più difficile da integrare nel tessuto della nostra esistenza quotidiana. Le ricerche in neurobiologia ci mostrano che il nostro cervello è progettato per cercare schemi stabili, per costruire narrative coerenti che ci permettano di navigare un mondo che, in realtà, scorre in incessante flusso. L'ippocampo[1] consolida i ricordi come se fossero fotografie fisse, quando in verità ogni ricordo è una ricostruzione che si modifica a ogni rievocazione. Siamo, letteralmente, esseri in costante metamorfosi che si aggrappano all'illusione della permanenza per non disintegrarsi nel vortice del mutamento. E tuttavia, arrivano momenti nella vita (una perdita, una malattia, un risveglio silenzioso nel cuore della notte) in cui quest'illusione crolla e ci troviamo nudi di fronte all'evidenza che nulla, assolutamente nulla, rimane uguale.
[1] Struttura nel lobo temporale che ha un ruolo centrale nella memoria e nell’apprendimento.