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Ed ecco apparire uno dei paradossi più fertili dell'esperienza umana: la via di ritorno a sé stessi inizia proprio quando smettiamo di fuggire dalla confusione. La perdita di senso, quell'esperienza che viviamo come una catastrofe, è in realtà un invito a lasciare andare le narrative prese in prestito, per trovare qualcosa di più autentico sotto gli strati di ciò che credevamo di essere. I mistici di diverse tradizioni lo hanno detto con parole diverse, ma convergenti: bisogna morire in vita per rinascere. Non si tratta di una morte fisica, ovviamente, ma di uno sgretolamento delle identità costruite, dei ruoli che abbiamo recitato con tanto zelo da dimenticare che erano ruoli. Quando Adriana mi diceva "non so più chi sono", in realtà era più vicina a sé stessa di quanto non lo fosse stata da anni. Aveva cominciato a toccare qualcosa di reale sotto la superficie del costruito.
Ma questo processo non è lineare ed è tutt'altro che privo di pericoli. La neuroscienza del trauma ci insegna che quando perdiamo il senso, quando le narrative che organizzavano la nostra esperienza si disintegrano, il cervello entra in uno stato di ipervigilanza simile a quello che si attiva di fronte a minacce fisiche. La corteccia prefrontale, responsabile della regolazione emotiva e della presa di decisioni, viene sopraffatta, e strutture più primitive come l'amigdala[2] prendono il controllo. È per questo che la perdita di senso viene spesso sperimentata come una minaccia esistenziale, accompagnata da sintomi somatici: insonnia, tensione muscolare, quella sensazione di essere sempre sull'orlo di un precipizio. Adriana mi raccontò di aver cominciato a evitare i momenti di quiete: metteva musica in continuazione, si sovraccaricava di lavoro, controllava il telefono ogni pochi minuti. Qualsiasi cosa pur di non incontrarsi con il vuoto. E tuttavia, il vuoto era ancora lì, ad aspettarla con pazienza infinita.
Le proposi qualcosa che all'inizio le parve assurdo: che invece di cercare di risolvere il vuoto, lo accompagnasse semplicemente. Non come chi si arrende a una sconfitta, ma come chi si siede accanto a un fiume per osservarne lo scorrere. «E cosa faccio mentre lo accompagno?», mi chiese con un misto di scetticismo e curiosità. «Niente», le risposi. «Appunto, niente. Semplicemente stare con ciò che è, senza tentare di cambiarlo, senza giudicarlo, senza trasformarlo in un problema da risolvere». La vidi dubitare, e capii la sua resistenza. La nostra intera cultura ci ha addestrati a fare, produrre, risolvere, ottimizzare. L'idea di semplicemente stare con il malessere, senza un programma, senza un obiettivo, è quasi rivoluzionaria nella sua semplicità.
[2] Piccolo gruppo di nuclei nel profondo del cervello, nel lobo temporale, che valuta la rilevanza emotiva degli stimoli e coordina le risposte di paura, allerta e difesa.