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La società contemporanea ci ha convinti che il benessere è assenza di malessere, che la salute mentale è uno stato di equilibrio permanente, che la felicità è la meta da raggiungere e mantenere. Questa credenza, apparentemente innocua, è in realtà una fonte di sofferenza aggiuntiva. Quando sentiamo il vuoto, la confusione, la mancanza di senso, non solo sperimentiamo queste emozioni difficili, ma anche la sensazione che in noi qualcosa non funzioni per il solo fatto di provarle. Ci paragoniamo a immagini idealizzate di persone realizzate, equilibrate, felici e il divario tra ciò che siamo e ciò che crediamo di dover essere diventa un abisso. Ma la verità è che la vita umana, nella sua forma più autentica, include necessariamente periodi di disorientamento, momenti in cui le vecchie certezze non servono più e le nuove non sono ancora emerse. Non sono deviazioni patologiche dal percorso, ma il percorso stesso.
C'è un concetto dell'alchimia medievale che può illuminare questo processo: la nigredo, l'annerimento, la fase di decomposizione necessaria prima di qualsiasi trasformazione. Gli alchimisti sapevano che per creare l'oro — metafora della realizzazione spirituale — bisognava prima attraversare la putrefazione, il caos, la dissoluzione delle forme precedenti. Non si può saltare questa fase. Pretendere di andare direttamente dalla crisi alla rinascita è come volere che un seme fiorisca senza passare per l'oscurità della terra. Il vuoto, la mancanza di senso, sono la nostra nigredo personale. Fanno male, disorientano, spaventano. Ma sono anche il terreno fertile dove può emergere qualcosa di nuovo, qualcosa che non avremmo potuto pianificare dalla versione precedente di noi stessi.