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Andare: già qui sei di fronte a un verbo che evoca movimento e libertà, non passività e rinuncia; non negazione, né rimozione. Nota come il linguaggio a volte sia importante e sostanziale, perché nel medesimo contesto può marcare la differenza tra modi di stare al mondo e tra visioni del mondo, come conseguenza di differenti stati dell’essere. In tal caso, il lasciar perdere potrebbe suonare come una reazione e il lasciar andare piuttosto come un’azione consapevole. Perché non si tratta di abbandonare un elemento esterno, ma di riconoscere e trasformare l’origine di un tuo attaccamento interno. Ricordi qualche momento in cui la realtà esterna si presenta pericolosa e nemica? Per esempio, nei panni di una persona cara che ti contesta o che si allontana. Oppure in un oggetto prezioso che smarrisci, o in una forza interiore che ti obbliga ad agire per principio.
Pensaci e senti la stretta al cuore che ciò ti genera, l’ansia e il rammarico i cui tentacoli si avvinghiano a te. Ecco, fermati: in questo momento stai sentendo, stai osservando. Stai.
È un primo passo necessario e imprescindibile, perché solo stando di fronte a queste sensazioni puoi conoscere i tuoi aguzzini interni e chiedere loro da dove vengano, e se abbiano qualcosa da raccontarti.
Da qui, ora prova a sentire cosa si muove in te nel momento in cui ti lasci andare a tale conoscenza, e come ti senti nel momento in cui, di conseguenza, regali alle persone, alle cose e ai tuoi impulsi la libertà di andarsene. La stessa libertà che anche tu meriti e che ti concedi proprio nel fare questo dono. Non stai lasciando perdere e non ti perdi, ma stai lasciando andare e ti ritrovi. Lasciar andare è un atto generoso e creativo, un atto trasformativo: è un’opera d’arte. L’arte non persegue l’utile, eppure è necessaria: realizza uno svelamento, accoglie un suggerimento, mira alla ricerca di un senso ulteriore. È qualcosa di fuori dell’ordinario, di rivoluzionario.