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Mi riconosci adesso? Ti stupisce che possa rivolgermi a te? Lo so, di solito sono muto, mi esprimo a gesti e funzioni, e anche quando parlo sei tu a farlo; ma stavolta le parole che odi vengono da me. Te lo confesso: sono da troppi anni in attesa, e non lo dico perché tu ti senta in colpa. Ma mi sento dimenticato e frainteso: assecondo in silenzio come un servo fedele ogni tuo istinto, desiderio e pulsione; esprimo ogni tuo talento e difetto. Porto su di me i segni delle ferite, come delle carezze. E tu che fai? Non mi vedi e non mi ascolti. Eppure, sai che io sono qualcosa di più di una gruccia di carne e ossa a cui appendere degli abiti, qualcosa di meglio di un sacco famelico da riempire, ben altro di un idolo da concedere alla venerazione tua e di chi mi desidera, men che meno l’oggetto da offrire al ludibrio dei tuoi simili o al tuo stesso biasimo; non un ricettacolo di piaceri, né il perno intorno a cui ruota ogni dolore.
Ciò che provo io avverti tu, ma non tutto quel che percepisci tu colgo io.
Ciò che provo io avverti tu, ma non tutto quel che percepisci tu colgo io.