Viene in mente la parabola del cieco Bartimeo incontrato da Gesù fuori Gerico (Mc. 10:46-52). Notiamo bene: cieco non dalla nascita, mendicante che supplica insistendo e reclamando pietà. Infine, guarito grazie a Gesù - che lo guarda mentre tutti lo vorrebbero ignorare - e alla sua fede. Potremmo interpretare la fede proprio come intenzione, come desiderio di conoscenza che salva dalla cecità e dall’ignoranza di sé. 
Alla luce di quanto analizzato finora, proviamo a immaginare questa parabola e i suoi personaggi come elementi del nostro mondo interno. 
Dicevamo osservarsi con intenzione per costruire un nuovo sguardo che cambi un paradigma: da “esisto perché mi vedono” a “mi vedo perché esisto, nonostante tutto, a prescindere da quello che faccio, penso, dico”. Chissà se questi bambini riusciranno a recuperare il loro ricordo essenziale attraverso una vista incontaminata da pregiudizi e adattamenti, e aperta verso tutto quello che incontrerà nel loro cuore. Forse, con dedizione, sapranno trovare in loro - e diventare essi stessi - un osservatore super partes che vorremmo definire santo. E perché proprio santo? In latino sanctus vuol dire sancito, quindi stabilito per legge. Quale legge? Quella dell’amore. E visto che l’abbiamo già nominato, qual è il modello che risalta nell’evocare quell’energia d’amore vibrante di integrazione e guarigione, se non l’archetipo del Gesù che guariva i ciechi? E se fossi tu quel Cristo da riconoscere e in cui identificarti?  
Qui la spiritualità, supportata dall’immaginazione, ci può aiutare: proviamo a pensare che sia presente in noi, che sia la parte più bella, amorevole e sana di noi. Fermiamoci un istante e proviamo a trasportare questo pensiero nel corpo, nel cuore. A farlo diventare una sensazione, un’emozione. 

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