Il nostro modo di vedere la vita, la nostra personalità e i nostri codici più profondi si costruiscono attraverso le relazioni della prima infanzia e gli sguardi ricevuti e penetrati nel cuore. Questo segna l’impronta della relazione che da adulti avremo con noi stessi e con gli altri.

«Guarda mamma! Mamma, guardami! Guardami mamma!». Sono urla gioiose lanciate a ogni prodezza, tra gli spruzzi d’acqua creati dai loro tuffi, di alcuni bambini in età prescolare, sui 4-5 anni, mentre le madri stanno chiacchierando con i piedi in ammollo a bordo vasca. Siamo nella piscina dedicata ai più piccoli, e sembra quasi che per loro nulla stia davvero accadendo senza l’attenzione e l’apprezzamento materni. 
Una mamma butta l’occhio distratta, senza smettere di ascoltare l’amica, dicendo: «Sì, bravo Simone». 
Un’altra sbuffa: «Ok, ti ho vista Martina, ma ora smetti di urlare!». Una terza, allarmata, intima: «Fermo Riccardo, che ti fai male!». 
I bambini, imperterriti, a ogni salto ripetono con entusiasmo la stessa invocazione, come fosse un mantra, come se soltanto lo sguardo delle madri potesse accertare le loro imprese. Si sente tutta l’importanza che attribuiscono al fatto di essere visti. 
Questi bambini cresceranno e tale fatto non perderà importanza: ognuno continuerà a cercare nel mondo lo sguardo della madre. Come tutti noi, del resto; avranno sempre il sacrosanto bisogno di essere notati, anche semplicemente per sentire di esistere. E sarà talmente necessario che arriveranno al punto di voler ricevere un’occhiata, bella o brutta che sia, purché ci sia: conformisti o provocatori, seducenti o volutamente non proprio accattivanti. Nel bene e nel male purché se ne parli, parafrasando Dorian Gray che, nel ritratto a lui dedicato da Oscar Wilde, afferma: «C’è solo una cosa peggiore al mondo dell’essere chiacchierati ed è il non essere chiacchierati affatto».

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