ABBRACCIARE IL DOLORE
Le esperienze dolorose possono essere un’occasione di vicinanza con gli altri esseri umani: chi riesce a stendere un balsamo sulle proprie ferite diventa una risorsa per il mondo. Ma può anche accadere che il cuore, per difendersi, rimanga distante da sé e dagli altri, lontano dalle emozioni. Questo cuore può essere definito un cuore “in prigione”. È una condizione che genera l’impossibilità di amare e la mancanza di empatia, perché il dolore, da possibilità di vicinanza e umanità, diventa qualcosa di totalizzante che non permette di incontrare gli altri. Alcune persone nascono purtroppo in contesti in cui manca l’amore e l’empatia. In questo caso, oltre a sentirsi non accolti, faranno maggior fatica rispetto ad altri ad amare, a sentirsi amati e a relazionarsi in modo sano con il dolore. Chi nasce da genitori o familiari empatici acquisisce migliori strumenti per relazionarsi in modo sano prima di tutto con se stesso, e poi con l’altrui dolore.
Un'altra tendenza è la ricerca di qualcuno a cui dare la colpa del proprio dolore, per poter continuare a ripetere gli stessi schemi, per alimentare la rabbia, cercando di coprire o negare il sentimento doloroso in se stessi. Thich Nhat Hahn scrive: «Se teniamo tra le braccia la nostra sofferenza, se la guardiamo in profondità e la trasformiamo in compassione, possiamo trovare la strada per la felicità (…) A volte ingigantiamo i problemi nella nostra mente facendoci trascinare da paura, rabbia e disperazione (…) Per poter essere felici non dobbiamo aspettare che la sofferenza sia finita tutta: la felicità è a nostra disposizione, nel presente. Ma a volte il maggiore ostacolo che ci tiene lontani dalla vera felicità è proprio l’idea che ne abbiamo». (Thich Nath Hann, Trasformare la sofferenza, Ed. Terra nuova, 2015, Firenze).
È difficile, ma si può provare ad abbracciare la sofferenza, senza cercare di ucciderla, negarla o nasconderla, con la consapevolezza che - se avremo pazienza - si placherà in modo armonico. Anche solo parlarne, condividerla con qualcuno, può diventare un atto terapeutico. La sofferenza accettata si trasforma in bellezza nel momento in cui le attribuiamo il giusto significato. Riuscire a stare in questa condizione, senza identificarci con il dolore, può aprirci a nuove comprensioni, nuovi stati di coscienza e intuizioni. I momenti difficili, vissuti con consapevolezza, possono diventare passaggi per cogliere intuizioni di vitale importanza.
Siamo arrivati insieme fino alla fine… Abbiamo tentato questo viaggio accanto al dolore, cercando di non smarrirci, per provare a guardare con occhi nuovi l’oro che invia bagliori dalle nostre ferite.