Qualche mito greco

«Caro fratello Riccardo, cominciamo da lontano. Ti ricordi le mie lezioni sui miti greci? Tutta un’altra storia, ma forse ci può aiutare a capire qualcosa. Nell’essere umano convivono l’ebbrezza dell’alto e la conseguente possibilità, se non probabilità, della caduta. Il desiderio delle vette più alte gli fa dimenticare i pericoli dell’altezza, in tutte le sue accezioni, indissolubilmente unite. È la storia di un’anima che si sente rapita da qualcosa di meraviglioso e di altissimo, ma non capisce di non essere ancora pronta e quindi cade davanti a tanto fulgore… Il mio interesse risiede nel fatto che io credo che questa Sophia ci rappresenti in pieno, rappresenti la nostra interiorità e ti ricordo come sia stata preceduta dai tanti miti greci che ti ho spesso narrato, essendone io perdutamente attratto da giovane. Ti ricordi come ti emozionava la storia di Icaro che, malgrado gli avvertimenti del padre di non volare troppo in alto, si fece prendere dall’ebbrezza e si avvicinò pericolosamente al sole? Il calore fuse la cera delle sue ali, facendolo cadere nel mare, dove morì.E quello di Fetonte, figlio del Sole, che ottenne il permesso di guidare il carro solare per un solo giorno. Giovane e avventato però, e preso dall’ebbrezza del momento, si dimostrò inesperto nel gestire le redini e tenere a bada i cavalli di Apollo. Così, perse il controllo e il carro si avvicinò troppo alla Terra, ne asciugò i fiumi, bruciò le foreste e ne incendiò il suolo. Zeus, sconvolto dalla distruzione, colpì il carro con un fulmine e fece cadere Fetonte nelle acque di un fiume. E ancora: la caduta dall’Eden e l’arrivo sulla terra dei nostri progenitori: avevano disobbedito perché avevano voluto conoscere. Di nuovo l’ebbrezza della conoscenza… In questi miti siamo nel mondo pagano e biblico. Ma torniamo alla nostra Sophia, perché avverto qualche attinenza». 

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