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Lo scenario oggi
Caro Lettore, a costo che ti sembri, al momento, una divagazione dal tema, ti sei accorto quanto le persone con le quali entriamo in contatto, per amicizia o per professione, spesso siano o sembrino perse nel nulla? Piene o vuote di questo NULLA, incapaci di comunicare altro e con l’altro.
Iniziai presto, con i miei studi, a interessarmi a queste problematiche. Con lunghi lavori terapeutici sulla mia psiche per cercare di scindere le mie proiezioni dalle altrui responsabilità per questo fatto, e seguendo la lezione del grande Hillman[2], ho sperimentato come, appoggiandomi a un testo poetico, talvolta, direi pure frequentemente, raggiungevo lo scopo di intendermi con gli altri pur essendo il nostro modo reciproco di esprimerci e i nostri contenuti in apparenza così lontani dal mondo poetico. La scienza ci conferma quanto l’arte e dunque anche la poesia abbiano spesso un effetto incredibile, simile al canto e alla musica, stimolando aree cerebrali non toccate dalla razionalità. Le parole usate nella poesia sono in grado di attivare oltre a quelle associate al linguaggio, anche aree sensoriali e motorie del cervello. Questo fenomeno è stato oggetto di numerosi studi delle neuroscienze cognitive, che cercano di comprendere come le attività culturali e artistiche influenzino la plasticità cerebrale.
Emozioni come dolore, rabbia, negazione così come gioia, estasi e felicità, rispondono al verso poetico. La poesia è in grado di evocare ricordi e immagini, suoni, odori, sensazioni, e ciò entra in vibrazione con qualcosa di familiare o intimo a livello emotivo. Forse era questo che confusamente percepivo ascoltando le poesie che la prof recitava…
Se fosse possibile spiegarla in termini semplici, la conoscenza ha principalmente tre modalità di manifestarsi, quella analitica, quella intuitiva e quella nota ai profeti biblici: la rivelazione. Vale la pena soffermarci su quest’ultima, che è il processo comunicativo per eccellenza nelle spiritualità che si considerano di origine divina, secondo cui Dio si farebbe conoscere o manifesterebbe la sua volontà agli individui. Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare sé stesso e far conoscere il mistero della sua volontà? Crediamo forse di sì.
La parola Dio, dal latino “deus” e dal greco theos viene dal sanscrito dyàuh, il “cielo che brilla”: il verbo dicere viene dalla stessa radice, quindi ecco che “la parola diventa luce”… Quale parola più di quella poetica diventa luce?
Forse stiamo trovando assieme, caro Lettore, la nostra collocazione in questo breve scritto sul tema della poesia che sembrerebbe avere poche attinenze con una rivista di spiritualità il cui nome è, però, proprio Lo Sguardo Interiore. Vorrà pur dire qualcosa…
[2] Hillman J., Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1983.