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Sembra facile detto così, ma in realtà non lo è affatto e non dobbiamo sentirci sbagliati se non riusciamo a farlo. Nemmeno forzarci, poiché sarebbe un altro abuso su noi stessi e non sortirebbe alcun effetto salutare. A volte lo stazionare in un dolore troppo grande ci tiene agganciati al suo potere, in certi casi potrebbe annientarci ed è opportuno esserne consapevoli. Possiamo rifletterci sopra e decidere di allenarci iniziando dall’attenzione. Questo richiede tempo, per ognuno il suo, e molta pazienza. Anche qui tocca restare. Poi il momento arriverà quando si è preparato un luogo, una stazione dove potersi fermare ad attendere un treno che ci porti verso la destinazione che siamo in grado di scegliere.
Gli esempi che abbiamo in questo nostro mondo, certo non ci aiutano: vendette, attacchi, ritorsioni, minacce che non facilitano strategie pacifiche. Soprattutto paure di ogni tipo sostenute alla base dalla madre di tutte, che è la paura di soccombere; quella che genera un senso di mancanza che si cerca di colmare costantemente con ogni mezzo e in ogni modo. Ma il mondo è lo specchio della nostra interiorità, ed è da questa che dovremmo partire per risolvere qualcosa. Trovando strategie pacifiche prima di tutto per i nostri territori interiori, affamati e in guerra. Per i nostri malati interiori che vogliamo dimenticare e perfino negare.
Pensiamo a chi accompagna un malato terminale, dovendo rimanere accanto alla sua paura e a quella dei suoi cari. Non solo, anche alla tristezza, alla rabbia, al rimpianto, al senso di impotenza e spesso alle false speranze. Dovrebbe essere capace di stare con tutto questo, ma di stare anche e soprattutto con sé stesso mentre prova le stesse paure, in prima fila quella della propria finitezza. E poi anche quella di non essere adeguato, di non servire a granché, quindi di non valere abbastanza. Il timore di non essere apprezzato a causa di tutto questo, di nuovo corrisponde a una specie di morte.