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Tornando alla stazione, utilizziamo ancora, a beneficio della nostra indagine, ulteriori significati riportati dal vocabolario: in informatica c’è la stazione d’interrogazione, che è il terminale da cui si interroga il sistema centrale; la stazione di raccolta dei dati, il punto in cui i dati possono essere introdotti e raccolti in tempo reale. In altri ambiti ci sono la stazione meteorologica, quella sismica, quella astronomica, quella zoologica e quella di biologia marina. Tutti osservatori e istituti opportunamente attrezzati per svolgere ricerche, studi ed esperimenti.
Interessante l’analogia con quanto abbiamo già descritto a proposito di interrogazione e raccolta di informazioni sulla nostra condizione emotiva in tempo reale, creando un luogo e un tempo interiori dove sostare, utili per osservare e ascoltare noi stessi. Per raccogliere dati, per stare lì e accompagnarci, per conoscerci meglio.
Forse, solo in questo modo è possibile stare anche con gli altri e accompagnarli quando sono in difficoltà, sofferenti, arrabbiati, frustrati e lamentosi. Riusciamo a stare nella loro difficoltà che, se guardiamo bene, ci sbatte in faccia la nostra? Riusciamo davvero a non arrampicarci su muri di consigli, chiacchiere consolatorie, distrazioni illusorie, pur di non stare lì a sentire quel dolore che tanto ci somiglia?
E allora parliamo un po’ della nostra difficoltà a stare nel fastidio, nel risentimento per un’offesa, nella solitudine, nell’errore. Di come siamo bravi a trovare mille espedienti per evitare di sentire, per muoverci e uscire fuori proiettando sul primo schermo che passa il nostro film horror che non vogliamo vedere. E allora se siamo insoddisfatti è sempre colpa di qualcuno o di qualcosa.
Ancora più semplicemente, pensiamo a quanto ci lamentiamo: troppo caldo, troppo freddo; che sete, che fame, che noia, che fatica, che stanchezza. Soglia di tolleranza bassissima, se non a zero. La reazione di protesta scatta automatica, almeno come scaricamento, senza lasciare un tempo per scegliere. L’unica alternativa sembrerebbe quella di sopportare passivamente, come abbiamo già visto, perché è difficile uscire dall’aut/aut di una logica oppositiva: o subisco, o mi ribello. E se invece provassimo a cercare quel tempo di sosta che potesse consentirci di fare compagnia al nostro io irritato e insieme a lui riuscissimo a respirare un sollievo ulteriore, trovando magari una soluzione nuova e diversa?