Ci potrebbero essere tantissimi altri esempi di difficoltà, o imbarazzo, in cui non si riesce proprio a stare. Al contrario, il provarci può far pensare alla sopportazione del martire, o suonare come un atto da masochisti, quasi un abuso da parte di noi stessi. 
L’esempio della signora con il cappotto blu descrive banalmente quello che tendiamo a fare nei casi che instancabilmente la vita ci presenta, anche attraverso situazioni molto più impegnative, dove però i meccanismi che adottiamo per scappare sono alquanto simili. Casi in cui scatta immediata la ribellione per potersi smarcare nel modo più rapido dal giogo dell’angoscia che si prova. Si tratta in fondo di un’emozione, ed è tutta nostra. Talmente nostra che ne siamo identificati, posseduti come in trance. Diventiamo questa emozione e non c’è più alcuno spazio tra noi e lei. Se non stiamo attenti, cavalcati come siamo, l’unica via d’uscita è galoppare fuori dal recinto, non importa come, pur di scrollarsela di dosso. Ma questa è un’illusione, poiché il suo potere cresce quanto più la si reprime e troverà un modo per scaricarsi quando e dove meno ci si aspetta.
Ironia del linguaggio: citando il vocabolario Treccani, la parola “stazione” deriva dal termine latino statio-onis che significa “modo di stare; fermata, dimora, riposo”, che a sua volta deriva da “stare, stare fermo, stare ritto”. Si aggiunge poi l’accezione di fermata, sosta in un luogo o, con significato più ampio, cessazione di un movimento. 
Sempre Treccani fa riferimento alla Via Crucis, dove ognuno dei quattordici episodi della Passione di Gesù, con la relativa raffigurazione, è chiamato stazione proprio perché di fronte a essa i fedeli si fermano per pregare. 

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