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Arriva l’incontro successivo: fin dai giorni precedenti chiedo in meditazione al mio Dio interiore che mi illumini sulle risposte da dare. Certo Tania non ha dimenticato la domanda che ci ha posto. Cominciamo il nostro incontro con un’esperienza ritmica e dei vocalizzi per permettere loro di esprimere le loro emozioni e di liberarsi dalla troppa pressione accumulata in carcere.
Segue una conduzione fatta a coppie nel silenzio e nel non giudizio dove ciascuna è a sua volta danzatrice e testimone (tecnica del Movimento Autentico). Questa tecnica prevede da parte del testimone (Witness) che osserva l’altro, una totale mancanza di giudizio e da parte del danzatore (Mover) il mettersi profondamente in ascolto di sé stesso prima di muoversi, sempre senza alcun giudizio. Penso possa essere una buona preparazione per quanto succederà dopo. Osservare senza giudicare. Poi i ruoli si invertono.
Dopo una verbalizzazione a due, si passa alla traccia artistica. Su un foglio bianco e con il mezzo dei pastelli a cera ciascuna disegna quello che ha provato e prova in quel momento. I fogli candidi vanno colorandosi e ancora regnano sovrani i colori lividi, tutto quel nero dell’altro incontro, i viola scuri… Ognuna commenta la propria opera. Il nostro piccolo team ascolta.
Tania commenta: «Però, io avrei voluto avere un vasetto di tinta oro con un pennellino».
Le altre restano sconcertate. «Perché?», chiedo.
«Per dipingere qui, nell’angolo, un cielo stellato. Ho bisogno di vedere le stelle… è una privazione non vederle. Ma già, c’è la mia pena da scontare. Non ne ho diritto… Il perdono che mi è stato negato forse un cielo stellato me lo darebbe…».
Rimango stupita. Segue un lungo silenzio.
Poi: «La volta scorsa ha detto che perdonare è un’arte. In che senso? Non capisco».
Il momento è giunto per me. Chino la testa per entrare in me stessa.
«A te è stato negato il perdono dalla famiglia della vittima, ma tu ti sei perdonata?».
«Fu tanto tempo fa… No, mai perdonata!». Lungo silenzio.
«Allora parlami di questo oro che vorresti usare…».
«Mi ispiro al Kintsugi che consiste nell'incollare i frammenti dell'oggetto rotto e spolverare le crepe con della polvere d'oro. Adesso, dopo tanti anni, ho accesso alla biblioteca del carcere e ho letto di questa tecnica giapponese. Penso di essere davvero un vaso rotto, ma forse potrei sistemarmi un po’ con dell’oro…».
Sono sorpresa, non me l’aspettavo. Tutte le altre detenute guardano Tania come se fosse matta: sono mille miglia lontane da questa sua realtà... Le tirocinanti pure, o così sembra a me. Intuisco qualcosa che mi riporta alla mente la ricerca di quell’oro interiore di cui parla l’Alchimia, metafora straordinaria del “conosci te stesso” e dell’evoluzione della coscienza... Ma davvero si tratta di questo, nel caso di Tania?
È un po’ come se Tania ed io ci fossimo isolate. Ci guardiamo. Le altre ci scrutano senza capire cosa stia succedendo.
«Quando Tania ha parlato del Kintsugi, qualcun’altra si è sentita un po’ come lei?».
Silenzio. Poi dopo un minuto, lungo come l’eternità, altre fanno di sì col capo.
«Torniamo al cielo stellato e a quell’oro. Vi andrebbe se la prossima volta portassimo vasetti di tinta oro e pennelli?». C’è un generale risveglio a questa proposta. Accettano tutte con entusiasmo, anche le più indifferenti.
Ci accommiatiamo. La volta successiva ci siamo procurate tutto il necessario.
Dopo un’iniziale danza, il gruppo si mette a lavorare con i colori a tempera e con questo oro. Magicamente, compaiono in alcuni disegni squarci di cieli, notti illuminate da raggi di luce… e poi ancora segni scuri e lividi.
Tania finalmente ha disegnato il suo cielo stellato: è un lavoro accurato, cui si è dedicata con molto impegno. Alla fine, soddisfatta depone il suo pennello sul pavimento.
«Come va?», le chiedo. «Mi sento meglio, più leggera. Colorando ero felice…».
Anche le altre mostrano le loro opere; sembrano tutte sollevate.
La seduta è finita, ci salutiamo. Uscendo sento nel cuore una sorta di gioia sconosciuta.