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L’atmosfera si fa più densa, più difficile, perché dal lavoro fatto e dai disegni che sono lì per terra davanti a ciascuna, il mio sguardo si sofferma su tanto nero, viola, bocche livide che vedo tracciate… segno inequivocabile in Arteterapia di dolore e frustrazione.
Hanno voglia di parlare a noi tre ma guardano con più insistenza chi scrive, la più adulta, come in cerca di risposte. Alcune hanno più ritrosia, altre meno.
Quando iniziano a sciogliersi e a parlare delle loro emozioni, segnalo che di quegli argomenti dovrebbero parlarne in psicoterapia. Due o tre esplicitano così il loro pensiero:
«Con voi è diverso, ci sentiamo più capite perché lavoriamo con il corpo e con l’arte».
Così trascorre il primo incontro e poi altri nelle settimane successive: il gruppetto si amalgama a livello relazionale. E arriva la seduta in cui alcune parlano dei loro reati.
Tania è la prima che pronuncia la parola fatidica: perdono.
Trasalisco e aspetto. Si succedono parole dure su reato, colpa e perdono. Più precisamente sul non perdono. Non possiamo fare che ascoltare, ed è proprio questo che la maggioranza di loro sembra volere da noi.
Al processo, stilettate d’odio e di dolore da parte della famiglia danneggiata: «Non la perdonerò mai! La odio. Sia fatta giustizia, il perdono mai!».
Parole amare escono dal cuore di alcune detenute mentre altre restano indifferenti.
Ancora Tania: «Capisco che sia difficile perdonare chi ti ha fatto un torto, un grande torto…».