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Finite le incombenze pratiche, Irene rimane ferma a guardare i detenuti affaccendati alle macchine di lavorazione, respirando il profumo dei biscotti di mandorle che allevia le sue narici sopraffatte dall'odore acre di metallo dei cancelli, misto a dopobarba di scarsa qualità. Immersa in sé stessa, riesce a percepire un'energia sottile che si manifesta nella dolcezza di quel profumo e di quei biscotti, proprio lì, nel cuore della durezza e della rigidità del penitenziario. Un alito di vita e di speranza che continua a muoversi silenzioso e sotterraneo in un contesto di morte dell'anima, visibile solo a chi ha occhi per vedere.
«Chi sono i tuoi detenuti, Irene?» - le chiede la sua voce interiore - «Quali parti di te hai recluso, hai reietto, hai preferito mettere in catene perché non ne tolleravi l'esistenza? A chi non riesci a dire: tu vali, la tua vita è importante?». "
Con queste domande nella testa, ripercorre indietro tutti i corridoi, tutti i cancelli, tutti i metal detector. Guarda nuovamente i volti delle guardie e dei detenuti, e sente che è fuori così come è dentro... Sente che c'è un istituto penitenziario dentro di lei, con detenuti e guardie, con assassini e stupratori: un carcere che non è mai andata a visitare, dei carcerati a cui non ha mai chiesto: «Come ti chiami? Raccontami la tua storia».
Rientra in macchina e le torna alla mente il suo sogno, con il commando di terroristi che fa una strage e l'uomo di colore insanguinato che la guarda fisso negli occhi.