Chiama il gruppo di detenuti lavoratori e, con aria estremamente professionale, si presenta spiegando le ragioni del suo arrivo: «Adesso inizieremo i colloqui individuali, perché ho bisogno di conoscervi; chi vuole essere il primo?».
Il primo a candidarsi è Rosario, un uomo di mezza età arrivato da qualche mese nel laboratorio. Dopo le prime domande di rito (come si chiama? quando è stato arrestato? per quando è previsto il fine pena?), Irene gli chiede come si trova nel laboratorio e cosa pensa che si possa fare per migliorare il lavoro. Rosario inizia a raccontargli la sua vita, cosa è successo e perché si trova lì. «È   stato un attimo dottoressa, sono stato preso da una furia, non ero più io, ho preso una spranga e ho iniziato a picchiare la persona che aveva offeso mia figlia»
Irene sente lo stomaco che le si attorciglia. Mentre ascolta quell'uomo ripensa ai suoi scatti di rabbia, alle volte in cui ha sentito di potere aggredire qualcuno fino al punto di ucciderlo. Una voce interiore le sussurra: «Tu sai bene di cosa sta parlando, vero? Conosci quella sensazione di possessione, conosci quel demone»."  Rosario continua a raccontarsi: «Vede dottoressa, noi possiamo essere prigionieri due volte: una volta fisicamente, ed è quello che viviamo stando qui, la seconda volta è spiritualmente, se rimaniamo chiusi alle possibilità che l'istituto penitenziario ci offre. Per me venire a lavorare nel laboratorio è un modo per rimanere libero spiritualmente, per sentirmi vivo, per dare a me stesso un'altra occasione. Noi non abbiamo possibilità di parlare con nessuno, passiamo intere giornate in silenzio, perché nessuno ci ascolta. Mi scusi se sto rubandole tanto tempo, ma per me parlare con lei è un modo per sentirmi vivo». Irene lo ringrazia e gli chiede di inviare nella stanza un altro suo compagno. Si alza dalla sedia, va alla finestra chiusa dalle sbarre e guarda fuori. È una giornata torrida, entra solo un filo d'aria calda, respira a pieni polmoni cercando di rimanere in contatto con la vita: «Aria», pensa e prega: «Dammi la forza di portare conforto, mettimi le giuste parole in bocca, ti prego, io non ce la faccio da sola». 

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