Si sono tramandate filosofie, costruite cosmogonie, frutto di sofisticate intuizioni e di profonde esperienze interiori; si sono formulate ipotesi sul viaggio della coscienza e un possibile aldilà dopo la morte del corpo, che oggi trovano qualche fondamento in un’ampia letteratura scientifica riguardante la cosiddetta NDE (Near Death Experience) che attinge alla fonte dei resoconti di chi ha vissuto esperienze di pre-morte, o addirittura di morte cerebrale e di ritorno imprevedibile alla vita.

Qui però, non vogliamo analizzare o dare risposte sul mistero della soglia, ma utilizzare questo tema come trampolino per tuffarci nel significato del vivere, del morire e anche di cosa possa significare “non morire”. Lo abbiamo già detto: non possiamo avere idea di come moriremo e neanche, se ne avremo il tempo, di come potremo affrontare quel momento e forse, questo, potrebbe dipendere dalla relazione con noi stessi che saremo riusciti a instaurare da vivi. 

Di questo aspetto già si occuparono Egiziani e Tibetani rispettivamente nel Libro dei Morti i primi e nel Bardo Thodol i secondi. Antichi testi che, se presi alla lettera, parlano dei passaggi dell’anima nel processo di distacco dal corpo, che comportano il confronto con ciò che è rimasto di conflittuale e irrisolto, restituendo a volte immagini terrificanti e punitive. Ma seguendo invece una lettura metaforica, questi passaggi rappresentano le fasi di crescita, le iniziazioni di chi è alla ricerca di una vita consapevole durante il viaggio della propria coscienza nella vita quotidiana terrena. Insomma, una metafora del Lavoro su di sé.

Proviamo a riflettere con calma partendo da un concetto fondamentale: nasciamo da una separazione. Ogni cellula nasce da una separazione, si divide per riprodursi e crearne di nuove. Ogni evento significativo per la nostra crescita nasce da una separazione: se pensiamo al necessario distacco dalla mamma, dalla famiglia, da un percorso scolastico che si conclude, dai figli che devono prendere la loro strada, da una relazione esausta. Il fatto è che per noi ogni separazione, benché talvolta benefica, corrisponde a una morte, laddove il senso di unione ci fa sentire vivi, e ne restiamo lì per lì spaventati e sconvolti. 

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