Si fa presto a dirlo e pare subito chiaro, ma cosa può significare? Cosa intendiamo quando auspichiamo di amare noi stessi, di volere il nostro bene?
Nella mitologia classica c’è un esempio archetipico che è quello di Narciso. Ha ispirato scrittori e psicologi regalandoci opere meravigliose, come Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, per esempio, e brillanti intuizioni scientifiche per individuare atteggiamenti anche patologici di autoreferenzialità, mancanza di empatia, egocentrismo e malinteso amore di sé che in realtà nasconde una profonda disistima, da cui deriva il bisogno insaziabile di riconoscimento esterno.
Il mito narra che Narciso non riesca a sostenere la propria bellezza riflessa nello stagno, ne rimanga abbagliato e muoia, in alcune versioni addirittura si uccida. Se questo è amore...
In tutti i Vangeli sinottici è riportato un passaggio - chiamato anche il secondo Comandamento dell’amore - in cui Gesù esorta ad amare il prossimo nostro come noi stessi, e qui vale la pena fare un paio di considerazioni. In primo luogo, come amiamo noi stessi? Poiché da questo dipenderà come ameremo il prossimo. Ma anche un altro aspetto pare interessante: prossimo significa anche vicino, anzi molto vicino, vicinissimo. E chi è più vicino a noi di noi stessi? Almeno fino a quando non ci allontaniamo, il che accade facilmente.
Amarsi come Narciso che, forse, riuscendo a vedere solo il meglio di sé, soccombe e muore spiritualmente? Oppure, come pare indicare il Vangelo, riuscire a vedere e comprendere tutta la verità che c’è in noi e vivere coscientemente?
L’AMORE PER SE STESSI
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- Scritto da LUCIANA MOGGIO
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