In Nietzsche trovò un interlocutore che, se in un primo momento fu solo una persona fisica, piano piano diventò una presenza costante nella sua interiorità. Un interlocutore saggio che la riportava alla riflessione ogni qualvolta si sentiva persa. Egli assunse la funzione di un maestro desideroso che la sua allieva fiorisse, spronandola a non temere di realizzare se stessa. Ma sentiamo cosa scrive Salomè, di Nietzsche, all’amico Ree proprio su questi dialoghi:
«In queste tre settimane ci stiamo letteralmente uccidendo a furia di conversare, e stranamente lui ora riesce d’improvviso a chiacchierare fino a dieci ore al giorno… Nietzsche ha abbandonato del tutto l’idea di farmi da maestro, dice che devo rinunciare a un simile sostegno e proseguire le mie ricerche in piena indipendenza e anche di non limitarmi al semplice studio, ma piuttosto creare studiando per studiare creando. È strano come nei nostri colloqui involontariamente finiamo in quegli abissi, in quei luoghi di vertigine dove qualche volta ci siamo arrampicati da soli per guardare nel baratro. Abbiamo sempre scelto i sentieri dei camosci, e se qualcuno ci avesse ascoltati, ci avrebbe creduti due demoni che conversavano tra loro».[4]
Queste conversazioni avvennero nell’estate del 1882 e probabilmente quelle parole rappresentarono l’incoraggiamento che diede a Lou lo slancio per intraprendere quel viaggio coraggioso che diventerà la sua vita. Divenne, contrariamente alle sue aspettative, un modello, una scrittrice, una psicoanalista e una personalità attiva nella lotta per l’emancipazione individuale. Anche se partecipò attivamente alla lotta femminista, si attirò molte antipatie in quell’ambiente, perché per Salomè era impensabile ipotizzare che la realizzazione personale potesse sopraggiungere dall’esterno. In una famosa rivista femminista dell’epoca scrisse:
«La libertà nasce dal rivendicare un’emancipazione non tanto nella sfera esteriore (sociale ed economica) quanto, piuttosto, in quella interiore. La piena conquista di sé è l’esito di un riscatto individuale che consente il libero e giocoso sviluppo della propria personalità, affinché ogni donna possa fiorire ognuna a modo proprio, ognuna sotto i raggi di quel sole che per lei splende più intenso».[5]
Possiamo pensare che Nietzsche, per Salomè, rappresentò un maestro e nello stesso tempo l’incarnazione di quella dimensione interiore che, celata nell’ombra, sempre ci guida. La possiamo chiamare “dimensione archetipica del Sé”, così come ne parlava Carl Gustav Jung, oppure anche “funzione cristica”, come la intendevano gli antichi Cristiani gnostici: quell’entità interna con cui forse nasciamo e che, al di là della sua presenza fisica, si manifesta ora in un simbolo, ora in una persona. Un’entità che è presente in ogni uno di noi e che, come successe a Salomè, ci invita a esprimere i nostri talenti, affinché «ognuno di noi possa risplendere a modo proprio, ognuno sotto quei raggi, di quel sole che per lui o per lei splende più intenso».
[4] Pfeiffer E., Carpitella M. (1970) Triangolo di lettere, carteggio di F. Nietzsche, Lou von Salomè e P. Rée. Adelphi, Milano.
[5] Andreas Von Salomé (1892) Figure di donne. Le figure femminili nei sei drammi familiari di Henrik Ibsen. Iperborea, Milano, 1997, p. 11.