Eccolo, il canto di gloria!
Da qui può iniziare il tempo del perdono, verso se stessi prima ancora che verso l’altro. E insieme può arrivare la gratitudine per ogni singolo evento della propria esistenza, per quanto doloroso. Perché ogni esperienza vissuta è parte del tesoro che ci rende così come siamo, con le nostre cicatrici e le nostre rughe.
Perché la cosa bella di ciò che cade a pezzi è che si possono raccogliere solo i pezzi che si scelgono con il cuore. Ogni donna o uomo di cui ci innamoriamo è un’immagine speculare della nostra condizione. Arriva per rendere visibile, per denunciare quello che altrimenti non vorremmo scoprire di noi stessi. 
L’Universo è la patria della nostra Anima. Uni-verso: verso l’uno. Secondo Jung, cerchiamo nell’altro la nostra parte mancante, il nostro animus o la nostra anima, per completarci. Ma possiamo trovare questa parte innanzitutto dentro di noi.
La relazione con il nostro compagno, la nostra compagna, è una palestra nella quale lavorare; qui ci sono gli strumenti per specchiarci e sapere dove accogliere noi stessi per accogliere l’altro. Poiché l’altro somiglia a delle parti di noi, e per questo ci aiuta a vederci. Per questo possiamo provare gratitudine, anche se a volte vi è troppo dolore per poterlo comprendere.

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