Le relazioni affettive sono il luogo dove emergono le nostre verità più essenziali. Il partner diviene la figura primaria di riferimento, sulla quale proiettiamo i nostri irrisolti emotivi e con la quale adottiamo i modelli relazionali appresi nell’infanzia.

Lucia è stata tradita dai suoi genitori, quando era una piccola bambina e si affidava a loro credendo che incarnassero Dio. Accompagnandosi a Fausto ha scelto un uomo che l’avrebbe tradita, perché le ricordava la realtà che meglio conosceva. Una realtà verso la quale era preparata a reagire ed era pronta a difendersi in maniera meccanica. E quel dolore familiare, paradossalmente, placava la paura. Era noto. Come note erano le difese da attivare.
Ciò ha significato attaccarsi al dolore e alla propria disistima. Attaccarsi alle storie che la mettevano periodicamente e irrimediabilmente di fronte alle medesime conferme di mancanza di valore. Sì, per stare in quella narrazione assurdamente rassicurante, andava continuamente riconfermata la sua mancanza di valore. Nonostante le pulsioni a crescere, a creare, a evolvere e ad andare avanti, c’era sempre quella parte di lei che muoveva il gioco in modo da confermare il suo inutile dibattersi e l’impossibilità di andare oltre i limiti autoimposti. Lei stessa si tradiva. Continuamente. 
Si innamorava di chiunque dimostrasse capacità intellettuali e filosofiche, oratorie e seducenti. Restava incantata da quell’irresistibile fascino fino a quando non ne scopriva le debolezze, le fragilità. Allora, la sua rabbia demoliva il colosso posto sul piedistallo e lo abbatteva con una violenza inaudita. Tranne poi ricostruirlo il giorno dopo, dimenticando tutto il resto. Così, ogni volta il marito sembrava essere l’uomo migliore del mondo, che per fortuna la sopportava con tutte le sue intemperanze. E meno male che l’aiutava…

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