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In una sorta di gioco di specchi, risonante tra interno ed esterno, ho visto “le Potenze cattive” come miei servitori. Delle forze interiori ed esteriori che, nel loro agire, suscitavano in me la paura, in realtà stavano inconsapevolmente dandomi la possibilità di accedere a uno stato di coscienza diverso, e di compiere una scelta.
Il senso di impotenza, che mi aveva schiacciato fino a quel momento, si è immediatamente dissolto nel momento in cui ho sentito dentro di me che io potevo scegliere cosa fare di tutto questo dolore. Potevo scegliere se indurire il mio cuore, ingaggiare l’ennesima battaglia della mia vita, impugnare la spada e andare incontro a quello che io vedevo come un nemico, oppure affidarmi a una forza più nascosta, forse più lenta, ma generatrice di vita. Una forza che accetta e non contrasta. Una forza che sussurra e non urla. Così, ho preso tutto il mio dolore e il mio smarrimento tra le mie braccia e sono andata incontro ad alcuni amici. Loro stessi mi hanno inserito in gruppi di mutuo aiuto, sorti spontaneamente nel territorio in cui vivo.
Ho scoperto una straordinaria rete di persone che non intende andare in guerra. Piuttosto si tratta di madri, padri, giovani e anziani, che hanno colto l’opportunità di ricominciare a riflettere in maniera comunitaria su nuove forme di organizzazione della vita: sociale, economica e culturale.
Persone che hanno compreso che il prossimo è importante, che ciò che accade a uno, accade a tutti. Siamo tornati a guardarci negli occhi, e a riconoscerci come esseri umani che abitano uno spazio, che quello spazio è ricco, è bello e che vivere insieme è un valore a cui non vogliamo rinunciare.