Impotente, sono rimasta a guardare. Ho visto spaccarsi la società, contrapporsi membri della stessa famiglia, rompersi amicizie di lunga data. Ogni fibra del mio corpo ha iniziato ad allarmarsi di fronte a decisioni che avevano tutto il sapore della divisione e della contrapposizione e alla martellante propaganda, che ha invaso ogni istante della nostra esistenza, circondando e occupando il nostro territorio psichico. Quasi non fosse concesso un attimo di respiro per fermarsi a pensare, a discutere e a confrontarsi civilmente su quali fossero le migliori strade da percorrere per il bene e nel rispetto di tutti. 
Ho letto e ascoltato parole piene di furore, parole che pensavo non sarebbero mai più state pronunciate nel mio amato Paese. Noi, la culla del diritto, la terra di Leonardo Da Vinci e di Giuseppe Verdi; noi, cresciuti immersi nella bellezza, nell’arte, con il cibo buono; noi, che abbiamo visto le dolci colline senesi colorate dai girasoli, le estati sulla costiera amalfitana, le belle Alpi imbiancate, gli spettacoli di fuoco dell’Etna; sì, proprio noi, abbiamo aperto la botola dell’abisso e, da lì, sono emerse le nostre ombre più oscure. Ombre che pensavamo di avere superato e che, invece, avevamo semplicemente dimenticato, rimosso. In diretta con Trieste, il 15 ottobre, ho pianto fiumi di lacrime. Ho scoperto che le parole di odio che ascoltavo erano capaci di evocare dentro di me paure profondissime e inconsce, che appartenevano a me e anche all’inconscio collettivo.
E più, fuori, sentivo salire la violenza e la contrapposizione, più, dentro di me, questi mostri prendevano forma concreta, plastica, li potevo guardare in faccia, avevano nomi e cognomi. Immersa in questo stato di terrore, ancora una volta mi è venuto in soccorso il Poeta, che prima di me ha percorso un cammino interiore, probabilmente spinto da altrettanto gravose tribolazioni: «Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte».

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