È vero, un uomo o una donna che sfuggano al dominio del conflitto risultano spesso sbiaditi: risaltano meno tra la folla in subbuglio, hanno contorni più sfumati, appaiono più banali e ondivaghi agli occhi di chi contempla solo relazioni a tinte forti e reazioni urlate. 
Ma solo colui che non ha più bisogno di costruire nemici fuori di sé è vero amico di se stesso e del mondo; solo colui che non pretende di avere ragione, può aspirare alla verità; solo colui che non soggiace al bisogno di possedere, può essere realmente. 
Impariamo a osservare senza giudizio chi siamo, come siamo e cosa siamo nel momento in cui incontriamo quotidianamente, istante dopo istante, questo nostro io, perché solo attraverso la pratica del nostro costante sguardo amorevole potremo sottrarci dal dominio di Roma e dei suoi Cesari, e dare compimento a quella condizione che il poeta caraibico Derek Walcott ha descritto in una sua straordinaria poesia: «Tempo verrà / in cui, con esultanza, saluterai te stesso / arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, / e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro, / e dirà: Siedi qui. Mangia. / Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io. / Offri vino. Offri pane. / Rendi il cuore a te stesso, allo straniero che ti ha amato / per tutta la tua vita, che hai ignorato / per un altro, che ti sa a memoria. / Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore, / le fotografie, le note disperate, / sbuccia via dallo specchio la tua immagine. / Siediti. È festa: la tua vita è in tavola».

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