ROMA TRA NOI
Partiamo da un dato, il cui andamento è stato confermato negli anni; ed è che, secondo un rapporto Oxfam, nei primi 21 mesi della pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato, in termini reali, i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15 mila dollari al secondo: 1,3 miliardi di dollari al giorno. A oggi questi 10 super-ricchi possiedono un patrimonio 6 volte maggiore dei 3,1 miliardi di persone più povere del mondo, ossia il 40% della popolazione mondiale.
Non bisogna scomodare Marx ed Engels con la loro condanna al sistema capitalistico per affermare che, nel meccanismo dell’economia globale, qualcosa non torna: alcuni ingranaggi sembrano funzionare vorticosamente per alcuni, mentre per altri rimangono inceppati tra le ragnatele. Come si produce un fenomeno così abnorme? Se i giochi finanziari che conducono a simili scenari sono intuibili e manifesti (l’esplosione della schizofrenia provocata dalla digital economy è sotto gli occhi di tutti), almeno nella loro versione superficiale, i meccanismi psicologici e culturali tendono a rimanere sottotraccia. I tentativi di decodifica si sprecano e – spesso – si arenano, nello sforzo di applicare all’attualità codici ormai superati o, quanto meno, ormai inadatti.
Il poeta e filosofo Marco Guzzi – in una conferenza rinvenibile anche online – ha fornito una sua particolare chiave di lettura, partendo dal concetto di “polarizzazione delle coscienze”, malattia assoluta della nostra epoca. Come presupposto descrive, infatti, un mondo in cui l’economia ha assunto il ruolo di teologia, dove la categoria dell’utile sopravanza quella del vero, del bello e del bene: tutto ha un prezzo, anche il corpo e la mente dell’uomo. Dove i diritti individuali hanno la meglio su quelli collettivi. Dove nessuno si occupa delle cose ultime, ovvero di cercare il senso di ciò che facciamo, che è un’esigenza primaria dell’uomo a cui la dimensione spirituale attiene ancor prima di quella morale.