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Questo semplice pensiero scatenava in me un'urgenza irrefrenabile di gridare e fuggire, di correre il più lontano possibile con ogni fibra del mio essere. In fondo, sapevo per istinto che la mia dimora sorgeva su un'arma di distruzione massiva, un segreto così pericoloso che non avrebbe mai dovuto essere sfiorato da occhio umano.
Quella notte accadde qualcosa che non dimenticherò e che giammai si è ripetuto al di là di quella occasione. Dopo un rapido controllo e rendendomi conto che tutto era in ordine, ricominciai la mia salita vertiginosa; correvo all'impazzata cercando un luogo dove rifugiarmi. Ero inconsapevole di chi fossero o cosa fosse quel bagliore arancione che troppo avventatamente stava approssimandosi alla mia porta.
Iniziai a correre nel giardino, mentre per un istante osservai il cielo cobalto scuro. L’inquietudine si era trasformata in agonia e anche le pareti del castello sembravano tremare. È inaudito, inammissibile, inconcepibile… che qualcuno sia riuscito a passare, che qualcuno abbia avuto il coraggio di avventurarsi all'interno della palude asfissiante che, come un abbraccio stretto, circonda la fortezza.
Avevo il cuore in gola. E allora il panico mi esplose in cuore e con un bacio ricolmo di terrore mi fece dono dell’invisibilità; nemmeno io ero capace di vedere le mie mani. Mi ero talmente rarefatto da divenire sensibile anche al tremore delle foglie e al calpestio dell'erba. E ogni passo di questi esseri verso di me, erano lame di coltelli che si infilavano nella pelle e nella radice delle mie unghie e dei miei denti.
Quel viaggio doveva terminare. Chiunque fossero quegli estranei non erano benvenuti in queste terre. Ed io personalmente mi sarei preso l'incarico di farglielo sapere. Con il nuovo potere che il panico mi aveva donato riuscii a superare le spesse pareti e a posizionarmi, in attesa e invisibile, al di fuori della fortezza. Quando nuovamente vidi il bagliore arancione a poche centinaia di passi da me.