Scendendo gli scaloni di pietra, l'umidità della cripta accarezzava i tratti del mio volto sconosciuto: non ci sono specchi in questa fortezza. Giammai ho visto il mio riflesso. 
Mi precipitai con grande velocità e in quel momento mi balenò il pensiero che l’ululare infrequente dei lupi fosse, in realtà, l’avvertimento di un pericolo in arrivo. 
Una presenza impavida e sconosciuta stava tentando di penetrare un luogo in cui nemmeno la luce della luna ha il coraggio di baciare le sue ombre. 
Tutto era al suo posto nella cripta. Lo scrigno contenitore emetteva il suo solito e incessante lamento. Come un cuore che pulsa. In realtà, quel suono era la vibrazione che faceva parte ormai di ogni singola pietra. Di ogni singola porta, struttura e torre in quella gigantesca e imperiale fortezza dimenticata da Dio e dagli uomini. 
Nessuno mi aveva spiegato quale fosse il mio compito, però istintivamente sapevo che quella cripta, celata nel cuore del castello, doveva rimanere inviolata. Inviolata e dimenticata.
La membrana lamentosa dello scrigno contenitore aveva al suo interno un liquido viscoso, una miscela fatta di colori cangianti: rosso sangue, nero abisso e insoliti fili d'oro, che sembravano essere alla base di una struttura multiforme e viva che si muoveva a un ritmo cadenzato di gemiti incessanti. Un cuore tenebroso, doloroso e pulsante. 
Spesso ho riflettuto sul fatto che le piogge acide di queste terre, che frequentemente corrodono i cammini delle sue lande desolate, avrebbero facilmente distrutto la membrana protettiva. Senza la cripta, la fortezza e le spesse mura, le pareti protettive della sottilissima pellicola si sarebbero frantumate al tocco di quella pioggia velenosa. Cosa sarebbe accaduto se la sostanza tricolore fosse entrata in contatto con l'aria? 

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