Facciamo un esempio a proposito del parlare, ricordando che il discepolo segue la disciplina indicata dalla propria guida in un rapporto fondato sulla fiducia, che a sua volta si basa sulla discrezione. Il maestro armeno Gurdjieff dava ai suoi allievi una regola di silenzio, che consisteva nel non parlare all’esterno, nemmeno tra loro, delle cose riguardanti il Lavoro. Erano interdetti commenti e valutazioni con amici, parenti e coniugi al di fuori del gruppo con cui si lavorava. La ragione è presto detta: evitare chiacchiere su cose non ancora pienamente comprese, con il rischio di essere fraintesi; rispettare la privacy e la confidenza dei compagni escludendo così anche la possibilità di sottili maldicenze; non disperdere energie nella chiacchiera, ma impiegarle nello sforzo di attenzione e riservatezza. Sembra facile, ma nella realtà che abitualmente frequentiamo risulta una delle regole più difficili da rispettare. Troppo grande la tentazione di sfoggiare nuove idee, opinioni, peraltro cose solo pensate e non ancora sperimentate; di poter criticare gli altri per sentirsi più avanzati; di riempire con le parole il vuoto che tanto ci terrorizza; di parlare per stare al centro dell’attenzione, o per scappare da noi stessi. Meccanismi che scattano automaticamente scippandoci la libertà di scelta. 

Gurdjieff parlava di un silenzio che fosse come il digiuno, una dieta di rinuncia al superfluo: «... diciamo troppe cose. Se solo ci limitassimo alle sole parole realmente indispensabili, soltanto questo vorrebbe dire mantenere il silenzio. Così è per ogni cosa: per il nutrimento, per il piacere, per il sonno; per ogni cosa vi è un limite per ciò che è necessario». (P.D. Ouspensky Frammenti di un insegnamento sconosciuto pag. 394). Diceva infatti che «...la gente temeva il silenzio più di ogni altra cosa e che la tendenza a parlare senza posa non era che un riflesso di difesa basato sul rifiuto di vedere qualche cosa, un rifiuto di confessare qualcosa a sé stessi». (idem pag.302)

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