So bene di non essere un’eccezione. Non esiste adulto che non abbia alle spalle una sequenza di imperdonabili errori e abusi (fisici o psicologici) perpetrati suo malgrado o grazie alla sua personale – seppur involontaria – collaborazione. Ecco perché perdonare se stessi è merce rara tra gli uomini. E non da oggi. Abbiamo così tanto bisogno di perdono e così poca dimestichezza, da aver pensato bene di costruirci l’immagine di un dio-giudice che lo facesse al posto nostro. Tutte le religioni cosiddette del Libro – ebraismo, islam e cristianesimo –, hanno costruito sul perdono che Dio concede agli uomini e sul perdono che gli uomini dovrebbero accordare ai propri simili, una parte importante dei rispettivi sistemi di credenze. 
Proprio così hanno avuto origine la narrazione epica e la condizione ancestrale della colpa. Dell’altro genere di perdono invece, ovvero della capacità di perdonare se stessi per aver permesso ad altri di abusare – più o meno consapevolmente – delle nostre fragilità, si occupa il Lavoro sulla nostra psiche (inteso come Conoscenza di sé e del Sé), che trova base e fondamento nella spiritualità, dalla mistica agli insegnamenti esoterici, come la cabala, il sufismo e lo gnosticismo. È lo stesso perdono che dovremmo coltivare per lenire il dolore inferto alla nostra anima, imparando a perdonarci per la disattenzione nei riguardi delle nostre esigenze più profonde, per la dimenticanza dimostrata nei confronti dei nostri sogni, delle nostre legittime aspirazioni, così come dei nostri talenti. 
Una storiella ebraica racconta di un rabbino che, appena morto, si presentò al cospetto di Dio, e dopo essersi prostrato umilmente, lo implorò: «Potrai mai perdonarmi per non essere stato Abramo durante la mia vita terrena?». Al che Dio, poggiando benevolmente lo sguardo su di lui, rispose: «Considerala cosa fatta, ma dimmi: e tu? Tu saprai perdonarti per non essere stato te stesso?». Cosa risponderemmo se una simile domanda ci fosse posta in questo preciso istante? Fino a che punto siamo riusciti a essere noi stessi, malgrado le vicissitudini patite durante il nostro stare al mondo? Immaginiamo un uomo (o una donna) che, anno dopo anno, abbia indossato l’uno sull’altro strati e strati di abiti, ognuno dei quali rappresentava una delusione o una ferita, un errore o un senso di colpa, e che via via ne abbiano inevitabilmente imprigionato il corpo impedendogli di muoversi, senza che il diretto interessato quasi se ne accorgesse: è immobilizzato ma lui non sa di esserlo, e se riesce a farlo i suoi movimenti sono tutt’al più goffi e innaturali. Cosa accadrebbe a quest’uomo se, lentamente, cominciasse a svestirsi? Se iniziasse a togliersi oggi una divisa militare, domani una cappa da giudice, dopodomani un cappotto, e poi un completo del proprio padre o un tailleur della madre… Perdonarsi equivale a spogliarsi. Significa separare il giudizio sulla persona dal giudizio sulle azioni che ha compiuto: noi non siamo i nostri errori, non siamo la nostra rabbia; non siamo (solo) il nostro dolore, così come non siamo (solo) la nostra gioia.

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