Gesù, più che un terapeuta
Più avanti, nello stesso capitolo, si parla della figlia di Giairo, capo della sinagoga, e della donna che soffriva di un flusso continuo di sangue da quando aveva dodici anni, un’età per cui la cultura del tempo implicava la conversione in donna. Questo disturbo impediva all’emorragica di vivere la pienezza del suo essere donna. Gesù prende la figlia di Giairo per mano e le dice: «Talitha qumi» («Con te parlo, fanciulla, alzati»). La risveglia, le dà potere e la introduce nel mondo degli adulti. In questo caso, l’intervento di Gesù viene fatto con discrezione. Solo davanti ai genitori e agli apostoli. Alla fine, ricorda loro che devono dare da mangiare alla bambina. Invece, la donna emorragica guarisce al solo toccare l’orlo della veste di Gesù. Egli domanda: «Chi mi ha toccato?». Il racconto prosegue: «La donna si avvicinò a lui spaventata e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, gli si gettò ai piedi e gli confessò la verità. Egli le dice: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Vai in pace e sii guarita dal tuo male”». La sua malattia aveva una componente di esclusione sociale. Richiedeva un riconoscimento pubblico della sua guarigione e del suo recupero come donna. Affrontare la verità della sua vita era il prezzo. Gesù mette l’accento non in se stesso, ma nella fede della donna emorragica. Un segnale terapeutico è la pace interiore.
La lettura del Vangelo, in ognuna delle sue quattro versioni (Matteo, Marco, Luca e Giovanni), è il modo più diretto per addentrarsi nell’azione terapeutica di Gesù. La riflessione sui testi e l’ascolto della Parola favoriscono una comprensione profonda dei personaggi che sfilano tra le sue pagine. Ancor più, in molti casi, si potrà osservare che, in fondo, queste storie riflettono la propria storia e che le guarigioni riflettono la propria guarigione personale.