La potenza di queste immagini lo dispone a studiare il collegamento tra filosofia e saggezza, “miracolo operato con la natura divina dell’entusiasmo e la forza dell’immaginazione”. Le parti inquietanti vengono da lui lette in modo personale e tradotte in un esame di coscienza. Se ricordiamo che a Cartesio dobbiamo la famosa affermazione Cogito: ergo sum (io esisto perché penso) e la definitiva strutturazione meccanicistica e causalistica sia della natura che della scienza che della volontà divina, allora i sogni assumono un altro possibile significato. Sono gli spiriti, i fantasmi, il vento, la folgore dell’illuminazione ad attraversarci: tali sono i pensieri, che non vengono prodotti dall’Io e dalla coscienza, ma giungono a noi come “intenzioni straniere” (sono parole dell’etnologo J. Servier, e il tema era caro a Jung). L’abbattersi al suolo, nella prima immagine, vuole da un lato compensare l’inflazione vissuta nella realtà diurna e dall’altro invitarlo a chinarsi verso l’humus della vita. Anche il melone cresce da tralci che si piegano verso il suolo: Cartesio “è tormentato dalla paura di cadere, di toccare cioè la terra, quindi la realtà, il femminile-materno!” scrive Marie Louise von Franz (in Sguardo dal sogno). Questo frutto rotondo, dolce, dissetante e ricco di semi è il dono da portare alla sua parte trascurata, tornando indietro per collegarla alla propria personalità, evidentemente troppo unilateralmente dedita al pensiero.
I SOGNI DI CARTESIO
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- Scritto da GIULIA VALERIO
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