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Abbiamo affrontato già in parte il tema della percezione, cioè dei meccanismi psicologici e delle reazioni emotive che si innescano quando riceviamo un messaggio su come stia cambiando il clima, ma soprattutto quelle che si muovono quando ci vengono spiegate le cause e ancor più quando ci vengono proposte azioni, che magari possono influenzare il nostro stile di vita. La varietà di tali reazioni dipenderà da quanto diversi sono i destinatari di tali messaggi: politici, tecnici, professionisti, media, cittadini. Reazioni che sono spesso anche di rifiuto, fino al vero e proprio negazionismo.
Ma è bene ricordare che anche lo scienziato, il comunicatore, il divulgatore, il formatore sui cambiamenti climatici, anche il più professionale, il più obiettivo, quello con maggiore esperienza, è influenzato dal suo vissuto, dalla sua emotività e dal suo sistema valoriale. Questo aspetto è probabilmente ancora poco indagato rispetto a quanto in realtà sarebbe necessario.
A volte il negazionismo deriva anche (ma non solo) dalla mancanza di fiducia nella comunità scientifica, o nella comunità che ci propone dati messaggi, spesso generati da una comunicazione inefficace e poco oggettiva, o da un atteggiamento paternalistico e di superiorità da parte di chi detiene l’informazione. Atteggiamento che potrebbe cambiare se solo il comunicatore acquisisse consapevolezza dei propri meccanismi interiori, diventando più onesto, allenando l’empatia e recuperando così la fiducia.
Comunicare, se ci pensiamo, etimologicamente significa mettere in comune. In questi termini, la comunicazione non è unidirezionale né verticale, ma semmai multidirezionale e orizzontale. Comunicazione, anche della crisi climatica quindi, non è solo trasferire messaggi, ma anche mettersi in ascolto, di sé stessi e degli altri.