come comunicare la crisi?
Quest’ultima abbiamo visto essere una caratteristica intrinseca del sistema climatico. 
Chi comunica deve quindi sapersi interfacciare con specialisti di diverse discipline, cogliere i legami e le interconnessioni e intuire le modalità migliori per fornirle al pubblico. Deve sapere rendere semplice ciò che è complesso, ma fino a un certo punto: esiste un limite sotto il quale non possiamo più semplificare, sotto il quale la semplificazione diventa riduzionismo.
La discussione molto attuale e sentita, anche nel dibattito politico e mediatico, sugli eventi alluvionali - che anche il nostro paese ha sperimentato negli ultimi anni -, fornisce un esempio illuminante di quanto sia arduo il compito di fornire una comunicazione corretta. Di fronte a perversi meccanismi mediatici e di propaganda che non aspettano altro che individuare singole colpe e singole cause, abbiamo invece una combinazione di eventi estremi sempre più fuori dalle statistiche, di vulnerabilità intrinseche del territorio, e di politiche decennali di sfruttamento del territorio, ad aumentare quelle vulnerabilità. Come educare allora a questa complessità? Come fornire le informazioni giuste, e quindi fare dialogare esperti, politici e cittadini costruttivamente? 
Si capisce allora che si tratta di una sfida davvero epocale: educare alla complessità quando la società moderna vuole risposte veloci, facili e univoche; presentare in maniera trasparente l’incertezza, nei dati e nei modelli, quando essa vuole solo certezze; saper presentare problemi e possibili soluzioni su più livelli temporali e spaziali (mitigare le emissioni di gas climalteranti su scala planetaria, ma al contempo lavorare a scala locale per creare società resilienti).