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Accanto a tali processi neuro-fisiologici, dobbiamo considerare che esistono altri processi psicologici che si attivano quando parliamo di crisi climatica: un’emozione che si mette in moto spesso, soprattutto tra le giovani generazioni, è la paura del futuro, che scaturisce in vera e propria angoscia, tanto che si parla al giorno d’oggi di un nuovo panorama di psico-patologie attinenti alla cosiddetta “eco-ansia”. La paura può sfociare in atteggiamenti costruttivi o distruttivi. Nel primo caso, per esempio, abbiamo le diverse forme di aggregazione e di attivismo climatico, soprattutto giovanile. Gli atteggiamenti distruttivi portano invece solitamente all’immobilismo, di diversa natura. Due reazioni tra loro contrapposte sono il tecno-ottimismo e il disfattismo: nel primo caso, ci convinciamo che grazie allo sviluppo tecnologico l’uomo saprà senz’altro trovare una soluzione anche a questo problema, e non c’è alcuna ragione di preoccuparsi e magari nemmeno di mettere in discussione il nostro modello socio-economico. Nel secondo caso, dove invece prevale il pessimismo, ci convinciamo che ormai non c’è più niente da fare, i processi sono ormai irreversibili.
Esistono altri numerosi esempi di processi emotivi e cognitivi che possono innescarsi e influenzare il nostro modo di percepire le comunicazioni che riguardano il clima e i cambiamenti climatici. Essi hanno a che fare con la nostra storia emotiva, quindi con i nostri personali codici interiori e con tutto il nostro sistema valoriale, di origine familiare e sociale. Persino il nostro modello di spiritualità può intervenire nel modulare la nostra reazione alla crisi.
Fatalismo, sfiducia verso la scienza, tendenza al complottismo, sono solo alcuni esempi di abitudini mentali che concorrono alla negazione più o meno consapevole della crisi climatica. Approfondiremo nei prossimi numeri.