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Il Vangelo di Giovanni è l’unico, tra i quattro canonici, che sembra parlare una lingua diversa. Non è un caso che sia stato quello più amato dai mistici, dagli esoteristi, e anche da molti gnostici. Eppure, la sua natura duplice lo rende sfuggente.
Fin dal suo inizio, “In principio era il Logos[1], il Logos era presso Dio e il Logos era Dio”, si avverte un respiro diverso. Sembrano versi poetici, ma custodiscono formule iniziatiche: segni di un linguaggio antico, le cui radici affondano nel mondo ellenistico, nell’ermetismo e nella sapienza giudaica di Filone d’Alessandria.
Il Logos, per gli stoici e per i sapienti d’Oriente, era il principio che regge il cosmo, ma in Giovanni questo principio diventa persona: diventa Cristo. Un Cristo che non discende per fondare una religione, ma per risvegliare una scintilla.
Il Gesù che emerge nel Vangelo di Giovanni si presenta in modo diverso rispetto al rabbi dei villaggi galilei che incontriamo nei sinottici. Non parla in parabole, non discute con gli scribi, non compie gesti miracolosi come esorcismi. Eppure, non per questo è meno vicino, meno umano. La sua voce, in Giovanni, si fa più solenne, più essenziale. Parla con la lingua del tempo eterno: “Io sono la luce del mondo; Io sono la via, la verità e la vita; Prima che Abramo fosse, Io Sono”. Non spiega: rivela. Non persuade: chiama. È un Cristo che non si impone, ma risuona come un’eco profonda che parla direttamente al nostro essere. Ed è proprio su quelle parole, “Io sono”, che ci soffermeremo, perché è lì che, a nostro avviso, si cela una delle chiavi più potenti e trascurate di tutto il Vangelo.
Eppure, proprio accanto a questa voce limpida e trasparente, se ne percepisce un’altra, più ruvida, più dottrinale. Una lettura meditativa e attenta può riconoscere le dissonanze: alcune frasi, certe dichiarazioni teologiche roboanti, quasi imposte con forza, sembrano stridere con la coerenza simbolica del testo. Si avverte che sono state inserite dopo, forse per rafforzare un impianto dogmatico che all’inizio non c’era[2].
E quando le si mette tra parentesi, il testo torna a respirare. Diventa bello. Fluido. Vivo.
È come se sotto le incrostazioni del tempo fosse ancora custodita una lingua segreta.
E chi legge con il cuore può ancora sentirla vibrare.
Forse è proprio questa natura contraddittoria, la convivenza tra passaggi rivelativi e inserti dottrinali, ad aver spinto alcuni studiosi, come Elaine Pagels, a interpretare il Vangelo di Giovanni come la voce di una comunità distinta da quella, a carattere più gnostico, che fece da sfondo al Vangelo di Tommaso. Ma è davvero così?
[1] Il termine greco Logos è spesso tradotto in italiano con “Verbo”, ma questa resa è piuttosto limitante. Logos, nella filosofia greca, indica insieme la Parola, la Ragione, l’Ordine cosmico e la Sapienza divina che struttura l’universo. È il principio razionale che permea il tutto e che, nel contesto del Vangelo di Giovanni, si incarna nel Cristo.
[2] Studiosi come Raymond E. Brown e Paul N. Anderson riconoscono elementi supplementari che appaiono stilisticamente e teologicamente differenti dal “nucleo mistico” del Vangelo. I loro studi si basano sull’analisi redazionale e stilistica del testo, disciplina che individua contrasti interni nello stile, nel ritmo, nel vocabolario e nelle strutture narrative, al fine di distinguere elementi originari da aggiunte successive.
In che modo ti parla questa idea di un Cristo che non vuole essere adorato, ma seguito? Cosa cambia nel tuo modo di vivere la spiritualità?