I vangeli
Contraddicendo in parte quanto enunciato finora separando i tre termini (il lettore ci perdonerà questa apparente incongruenza), leggendo i vangeli uniremo in un unico abbraccio il tema della gioia/felicità/letizia. 
In tali testi la triade si presenta negli straordinari scritti giovannei e si rivela essenzialmente nel rapporto tra Cristo e i suoi discepoli allorché gioisce per loro.
Negli amati vangeli gnostici, il concetto di "gioia", che già forse ci permettiamo di chiamare letizia, sembra legato alla scoperta della verità interiore e alla rivelazione del divino che ci lascia attoniti. Questi testi enfatizzano una conoscenza - gnosi - che porta alla liberazione e al ritorno all'unità con il divino, e questa conoscenza è fonte di una gioia/felicità/letizia profonda e trasformativa. Tali vangeli spesso presentano la gioia come il risultato della conoscenza di sé e della scoperta della propria vera natura divina. 
La gioia, quindi, è associata alla liberazione dall’illusione del mondo materiale e alla ricongiunzione con il divino, temi centrali nello gnosticismo. A differenza dei vangeli canonici, dove la gioia sembra maggiormente legata alla fede e alla speranza, nei vangeli gnostici la conoscenza (gnosi) è la fonte principale della gioia.
La gioia descritta in questi testi può essere intesa come un'esperienza mistica, un'estasi che deriva dalla rivelazione del divino e dalla consapevolezza della propria connessione con esso. In sintesi, la gioia nei vangeli gnostici sembra essere una gioia profonda, spirituale, legata alla scoperta della verità interiore e alla liberazione dalla schiavitù del mondo demiurgico. Ecco perché potremmo forse già chiamarla letizia.
Ma uno dei fiori più belli e profumati del nostro Giardino è, per chi scrive, il Vangelo di Verità (poco importa si tratti forse di un discorso valentiniano o altro), sempre di un gioiello straordinario si tratta.
Ripetiamo “Il Vangelo di Verità è gioia…”.[4]
Non sappiamo come sia stato tradotto dal copto il termine “gioia”. Sarà stata “letizia”? 
Ma in fondo quel che contano sono le parole successive:
“… per coloro che dal Padre della verità hanno ricevuto la grazia di conoscerlo attraverso la potenza del Logos venuto dal Pleroma”. (qui risuona prepotente il meraviglioso incipit del prologo del Vangelo di Giovanni).
E forse allora di letizia davvero si tratta. Ripetiamo con te, caro Borgna, che certe forme di gioia sono così lievi e indescrivibili a parole, che talvolta sconfinano nella letizia. E non crediamo tu fossi uno gnostico, ma chissà, nessun può dirlo.
Nei vangeli, non sappiamo se per ragioni di traduzione, lo stato di letizia è dunque meno citato del termine “gioia” come vediamo ancora: 
“… divenne frutto della conoscenza del Padre e per coloro che ne hanno mangiato non divenne causa di perdizione… al contrario, per coloro che ne mangiarono divenne gioia…”.[5]  
 
In un altro passo: “… trovata la pecora smarrita se ne rallegrò…”[6].
Anche nei vangeli canonici, nell’episodio della pecorella smarrita, si usa il termine “rallegrarsi”, spiegabile dal fatto della immensa gioia del ritrovamento di un’anima smarrita[7]. In Tommaso si accenna all’amore per l’anima ritrovata, che sarà stata certo una gioia infinita per il Pastore Salvatore[8].
Quella del Salvatore era gioia, felicità o letizia? Chi può dirlo? Chi se la sente di attribuirGli uno stato piuttosto che un altro?
Ma nel Vangelo di Verità si ribadisce:
“… e questi è il Padre verso il quale ritorneranno tutti coloro che da lui provengono. Essi d’altronde furono manifestati per la gloria e per la gioia del suo nome[9].
“… la sua gioia è unita a lui…”[10].
Gioia? Felicità? Letizia? Ognuno di noi ha la sua sensibilità e si darà una risposta...
  
[4] Vangelo di Verità, op.cit.
[5] Vangelo di Verità, op. cit. pag.30.
[6] Vangelo di Verità, op.cit. pag. 38.
[7] Mt. 18:12-14; Lc. 15:4,7.
[8] Vangelo di Tommaso, loghion 107, National Geographic, 2007.
[9] Vangelo di Verità, op cit. pag. 42.
[10] Vangelo di Verità, op.cit. pag.33.
 

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