Raffinare la sensibilità ai diversi significati delle parole si rivela utile per il lavoro interiore. Ci aiuta a divenire sempre più competenti nel comprendere le sfumature dei nostri stati d’animo, dandogli il loro vero nome.

Guidati dal testo di Eugenio Borgna, insigne psichiatra che se n’è andato da poco lasciandoci un testo prezioso intitolato Gioia, daremo un breve sguardo a gioia, felicità e letizia. Termini vicini, talvolta sovrapponibili, altre non proprio. Proviamo insieme a capire meglio.
 
Gioia
Eri seduto là, la testa canuta, il volto scavato dagli anni e dal lavoro incessante della tua lunghissima esistenza. Parlavi e si aprivano mondi inediti, modi sconosciuti di fare psichiatria. La tua era una psichiatria umana e gentile. Ascoltavo come tutti, rapita dalle tue parole. Com’eri diverso da tutti i docenti incontrati negli anni di formazione! Dalle fredde tecniche di prassi terapeutica ti allontanavi cospargendo le nostre menti e i nostri cuori di ascoltatori di semi di dolcezza e di gioia, come si sarebbe chiamata la tua ultima fatica. 
Gioia[1] grandioso testamento spirituale del tuo sapere. La gioia per te: “è tra le emozioni la più preziosa. Ci aiuta a scoprire e sconfiggere i lati oscuri della nostra anima”. La gioia, emozione fragile e delicata, una delle più spirituali. 
Con Rilke dici che è una delle emozioni che l’individuo può far sbocciare dentro di sé, ed è forse anche uno dei suoi poteri più grandi. Aggiungi anche che, quando fiorisce in noi, ci liberiamo delle banalità da cui siamo circondati e arriviamo nel territorio della preghiera, della meditazione, del silenzio. Dell’ascolto di sé e degli altri.
Citi Teresa d’Avila che nel suo “Libro della vita” ci dice che spesso la gioia si accompagna alle lacrime, e credo che molti di noi potrebbero confermarlo: lacrime che vengono dal cuore e ci avvicinano alla conoscenza del senso del vivere. La gioia rinasce ogni giorno nei luoghi segreti e silenziosi dell’anima, ma va e viene, ci fa riflettere sul mistero della condizione umana. È fragile, splendente e quelle gocce salate che scivolano sul viso sono stelle…
La gioia è talmente fuggevole, ma anche potente e per E. Hillesum riesce a dare un senso anche al morire: è l’emozione che Etty ritrova in uno spicchio di cielo che vede dalla finestrella del campo e lì, in quel cielo, scorge libertà e bellezza…
È ancora gioia vedere nell’altro la luce e non solo le sue zone umbratili, andare verso l’altro con delicatezza e tenerezza. La gioia è così lieve, scrivi caro Borgna, che talvolta sconfina nella letizia. Da qui, da questi quasi sinonimi parte il nostro discorso, non per fare i letterati pignoli, bensì per vedere meglio alcuni stati del nostro essere.
«Che gioia incontrarti!». «Che gioia partire per le vacanze finalmente!».
La gioia è lo stato di appagamento che di solito si manifesta quando raggiungiamo obiettivi, vediamo esaudito un desiderio, o soddisfatto un bisogno. È caratterizzata da specifici patterns espressivi e fisiologici, come l'accelerazione del battito cardiaco e l'aumento dell'eccitazione.
Il mondo ci ha abituati a pensare alla gioia come a un'emozione intensa e piacevole, che si manifesta anche nell'aspetto esteriore, attraverso l'espressione del viso, i gesti e così via, e a volte è accompagnata da azioni e comportamenti spontanei e liberatori.
Dal punto di vista neurobiologico, la gioia attiva soprattutto la corteccia cingolata anteriore visiva. Le molecole convolte in questa emozione sono quelle che producono piacere e ricompensa, tra cui alcuni particolari neuroni come il neurotrasmettitore della dopamina. La gioia resta dunque un'emozione intensa e fugace, legata a momenti specifici e spesso scatenata da eventi esterni? 
 
[1] Borgna E., Gioia, Einaudi 2025.
 

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