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Felicità
«Che felicità poter stare con te ad ascoltarti per qualche ora!».
La felicità è forse quando lo stato d'animo gioioso si fa più duraturo e profondo? Forse la si potrebbe vedere come un viaggio, mentre la gioia più come l'esperienza intensa di un momento. Ma sono tutte poco più che supposizioni.
Il mondo greco già si era cimentato con questi concetti: per Aristotele, l'eudaimonia è lo stato di felicità suprema e piena realizzazione personale dell'individuo, raggiunto attraverso l'esercizio delle virtù e la realizzazione delle proprie potenzialità. Non è un piacere effimero, ma una condizione stabile e attiva che deriva dall'agire in accordo con la propria natura, e che si esprime in due modi principali: nell'attività della vita pratica virtuosa e nella contemplazione intellettuale.
La felicità non ci pare, dunque, semplicemente un sinonimo di gioia; la gioia è un'emozione intensa e transitoria legata a un evento specifico o alla soddisfazione di un desiderio, mentre la felicità è una condizione più profonda, duratura e stabile, di benessere generale e appagamento nella vita che include spesso momenti di gioia.
La felicità è qualcosa che si raggiunge, o è una condizione che si coltiva ogni giorno?
Qualcuno diceva che l’uomo stolto cerca la felicità lontano, il saggio che la fa crescere sotto i propri piedi. Hesse dichiarò che la felicità è come una farfalla: se la insegui non riesci mai a prenderla, ma se ti metti tranquillo può anche posarsi su di te.
Proviamo ad andare avanti. Forse che quando siamo nella felicità e da lì ci immergiamo nella pace interiore,riusciamo a recuperare la dimensione mistica e spirituale: allora è letizia?
Letizia
Stando ai dizionari, il termine letizia non indica una gioia qualsiasi, ma una gioia profonda, intensa, interiore, spirituale.
L’Oxford Dictionary la definisce come intima e serena gioia spirituale: vivere in letizia, rifacendosi al linguaggio devoto e alla beatitudine celeste, sarebbe servire il Signore.
Francesco d’Assisi parla di "perfetta letizia" come di uno stato che deriva dall'amore per Dio e dall'accettazione della Sua volontà, anche nelle difficoltà e nelle sofferenze. È uno stato che persiste nonostante le avversità, trovando la sua fonte nell'unione con l’Assoluto.
Nel lessico francescano, domina soprattutto l’idea che la gioia sia uno stato di calma e di equilibrio interiore conforme alla ragione, mentre la letizia sarebbe uno stato di esultanza interiore senza fondati motivi e senza misura. Su tale base, Francesco costruisce una teologia della “letizia francescana”. Si propongono dei sintetici estratti del testo de “I Fioretti” (originariamente scritti in volgare toscano e tali li troverete ndr)[2].
Camminano con frate Leone, nelle campagne umbre verso Roma fianco a fianco parlando fitto fitto. Francesco gli espone ciò che per lui non è o è perfetta letizia.
Dopo una lunga serie di “ivi non è perfetta letizia”, frate Leone quasi spazientito:
“Padre, io ti prego che tu mi dica ove è perfetta letizia -.
E santo Francesco gli rispuose: – Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati e afflitti di fame… “Chi siete voi?”, e noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati”, e colui dirà: “Voi non dite vero… e faràcci stare di fuori alla neve e all’acqua… sosterremo pazientemente sanza turbazioni e sanza mormorazione…: o frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia. E se noi persevereremo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato e ci caccerà con villanie…: se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore: o frate Leone, scrivi che qui è perfetta letizia.
In questo testo sembra proprio che la perfetta letizia sia strettamente legata all'amore per Dio e alla fiducia totale nel suo disegno.
Difficilmente sentiremo dire a qualcuno:
«Sono in perfetta letizia», ma sentirsi dentro questo stato è già più possibile, benché certamente non frequente.
Una volta parlando tra fratelli e sorelle della scuola concordammo, più o meno all’unanimità, che lo stato di letizia ci si era presentato abbastanza raramente durante la nostra esistenza: il più delle volte durante fasi meditative, o meglio successivamente a uno stato meditativo o di protratto silenzio interiore.
Ma, se il lettore mi permette una confidenza, la prima volta che lessi l’incipit del Vangelo di Verità, “Il Vangelo di Verità è gioia…”[3] in me successe qualcosa di straordinario: non capii più niente con la mente razionale ed entrai in uno stato senza luogo né tempo, forse davvero uno stato di dolcissima letizia.
Oltre che esser stata preparata da anni di frequentazione della nostra confraternita, forse anche tu, Borgna caro, avevi fin dall’inizio con le tue parole, contribuito a prepararmi a questa somma gioia che è la letizia
[2] Francesco, I Fioretti, 8° capitolo, Paoline Editoriale, 1998.
[3] Vangelo di Verità, a cura di L. Moraldi, Adelphi Ed., 1984.